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30.03.2020 - 06:000

Coronavirus, un mese in otto lezioni

La Terra che è nostra, la sanità che non è merce, gli indispensabili frontalieri, l'importanza delle parole: ecco cosa ci sta insegnando la pandemia

“Pensavamo di vivere sani in un mondo malato”: che sia il Papa ad aver trovato le parole giuste, forti, per smontare l’illusione non deve sorprenderci. L’anziano pontefice che solca San Pietro vestito di bianco, come una luce che attraversa le tenebre, aveva vergato 5 anni fa quell’enciclica dalle rimembranze francescane “Laudato sì” in cui ricordava un’evidenza: la terra è come una madre che ci accoglie, una sorella con cui condividiamo l’esistenza.

Con altre parole, altri concetti rispetto al cantico, ma dallo stesso tenore, le messe in guardia di studiosi, ricercatori, ambientalisti. Abbiamo con spavalderia e prepotenza trasformato la terra in un Lunapark. Il virus, ci ricorda che siamo anche noi animali, che la terra è il luogo dove abbiamo compiuto la nostra evoluzione, che il male ci è trasmesso da un altro mammifero, il pipistrello a cui distruggiamo l’habitat, attraverso quei mercati cinesi dove si accumula con incivile insolenza di tutto, montagne di bestie, carne viva, cadaveri, sangue e polvere. E quel virus viaggia in noi sulle ali di un aereo, nel nostro frenetico muoversi, come un angelo della morte.

La seconda lezione che sembra impartirci poco più di un mese di stravolgimento globale, è un addentellato della prima. Riguarda la nostra fragilità esistenziale, inghiottita in un oblio collettivo e riemersa di botto, incubo tenace sfuggito dalle maglie del sonno: pensavamo mai, riflette lo scrittore Paolo Giordano, di poter morire senza le persone che amiamo accanto? Reclusi, usciamo di casa per imbatterci nel muro invisibile del silenzio.

Fragilità è anche quella del sistema sanitario: è un bene essenziale - ci insegna la terza lezione - da non lasciar mai più alla mercé della “mano invisibile del mercato” così come l’ammirazione corale per il personale medico e paramedico ci racconta che dobbiamo scardinare il sistema di formazione ancorato a un anacronistico numerus clausus.

Sfumata in un mese la rabbiosa xenofobia davanti all’ineludibile evidenza: i frontalieri diventano indispensabili, da loro dipende la nostra vita. È la quarta lezione che ci conduce alla quinta. Ci vuole un timoniere, il liberismo (da non confondere con la democrazia liberale, come ha ricordato su queste pagine Gabriele Gendotti) sfilaccia il tessuto sociale, non è in grado di fornire risposte. Siamo al giro di boa: la scuola si mostra impreparata, il balzo digitale al Decs non è certamente da record: assomiglia piuttosto a un timido passo di danza. Ma si sta provvedendo, dal ritardo si impara e in fretta.

Tutti – settimo insegnamento - riscopriamo le opportunità dell’informatica. Grazie davvero a Steve Jobs (postumo) Bill Gates o Mark Zuckerberg. Ma la reclusione davanti ai Pc ci ricorda anche e soprattutto l’importanza della vicinanza, dei corpi, del confronto, il respiro, le voci. Ci consoliamo con i nostri gatti e cani, ma sogniamo, contemplando quel fascio di luce della televisione che danza nelle sere sulle pareti della casa, l’aperitivo con gli amici, la scampagnata, lo sguardo dei genitori anziani, gli amori interrotti.

E poi infine le parole: sì quelle avventate che ci rassicuravano irresponsabilmente sul Carnevale, quelle irrispettose che ordinavano ai più anziani di rimanere come bestie nelle loro grotte, quelle ciniche e tracotanti di un premier britannico riacciuffato da quel male da cui pensava di essere immune. Le parole pesano, l’empatia e l’umiltà - ci insegna questa collettiva segregazione - anche loro dovrebbero far parte della ricetta per la nostra sopravvivenza.

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