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03.03.2020 - 06:200

Si scrive Siria, si legge rifugiati

Si dice Siria, ma si intende molto altro

Si dice Siria, ma si intende molto altro. L’infuriare della battaglia a Idlib e il bagno di sangue che vi si consuma, sarebbero forse passati inosservati, data la pigrizia mentale del sistema informativo generale, se non avessero prodotto come effetto il ricorso ai profughi quale arma impropria, rivolta contro l’Europa, da parte di Recep Tayyip Erdogan.

Più delle altre figure coinvolte nella catastrofe siriana, il presidente turco ne rappresenta e rilancia al meglio tutte le contraddizioni. Nella sacca di Idlib, l’ultima area non ancora ripresa dalle forze armate di Bashar al Assad nel corso della lunga offensiva sostenuta dalla Russia, resistono le formazioni jihadiste e quelle residue dell’Isis, più o meno confuse con i civili che molto spesso sono le loro stesse famiglie. Esercito siriano e aviazione russa non fanno distinzione tra gli uni e gli altri.

Ed è, ufficialmente, per evitare che i civili paghino il prezzo più elevato della riconquista, che Erdogan ha deciso di impiegare nell’area i propri soldati.
In realtà non è così, né potrebbe esserlo. Sin dal 2011, Ankara ha sostenuto la sollevazione contro Assad, e non solo a livello di propaganda. La non casuale porosità delle frontiere turche ha consentito a migliaia di foreign fighter di affluire verso la Siria, e, quando ve ne fosse stato bisogno, esercito e servizi turchi hanno fornito informazioni e logistica ai soldati di al Baghdadi.

Solo una forzata realpolitik ha poi spinto Erdogan ad allinearsi a Mosca e Teheran e dunque a riconoscere di fatto Assad quale controparte, trascurando la gravità dei suoi crimini. Una finzione resa possibile dal grande riposizionamento strategico in corso in Medio Oriente – in cui il disimpegno statunitense, “compensato” dall’espansionismo russo, ha un ruolo decisivo – e che ha indotto Erdogan a presumere di poter alternare e confondere le alleanze a seconda della bisogna e delle convenienze. Insultando gli altri membri della Nato, peggio ancora gli europei, fino ad acquistare armi strategiche da Mosca. Fino, è cosa di pochi giorni fa, a evocare l’automatismo di difesa della Nato di un Paese membro aggredito. E l’aggredito, in Siria sarebbe la Turchia.

Così, alternando realismo e spregiudicatezza, Ankara è riuscita a mettere tutti d’accordo imponendo la resa dei curdi, abbandonati da Trump, e venendo a patti con Damasco per il controllo di una vasta area in territorio siriano, a ridosso del proprio confine. Non è secondario che il disarmo dei curdi sia stato in larga parte affidato da Ankara alle milizie proprie alleate, di provata lealtà jihadista (le stesse in parte trasferite in Libia a ‘difesa’ del ‘governo legittimo’ di al Sarraj). Queste – con la paura che il solo evocarle genera in Europa – e i migranti sono le armi non convenzionali in mano a un autocrate che ha buon gioco a giustificare e rilanciare la propria azione sfruttando a proprio vantaggio le contraddizioni altrui. Quelle europee, nel caso dei migranti.

L’Europa non ci aiuta e noi la invadiamo di migranti. Quell’Europa che aveva firmato un patto col diavolo (ricoprendolo di miliardi) perché trattenesse sul suo territorio i migranti che non voleva sul proprio. E che prima aveva confinato sulle isole greche (a ulteriore punizione del Paese accusato di avere scialato i suoi soldi) quelli che erano riusciti a raggiungerlo.

Le migliaia di profughi che spingono alle reti di confine terrestri o che riprendono il mare sui gommoni ricacciati a sassate dagli abitanti di Lesbo sono l’immagine della Siria che avevamo dimenticato. I massacri possiamo ignorarli, chi li fugge no.

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