L'analisi
24.02.2020 - 06:300

Un padre ansioso e il coronavirus

Quarantena di massa. Come in tempo di guerra, anche se qui le linee rosse vogliono essere rassicuranti. Il padre ansioso pensa di aver fatto ciò che va fatto

Il padre ansioso pensa di aver fatto ciò che va fatto. Sul cellulare della figlia che in treno attraversa l’Italia durante il fine settimana si limita a inviare lo scarno articolo di giornale che ribadisce le precauzioni del caso, quelle essenziali. Le mani da lavare frequentemente e con più cura del solito, l’acquisto di un gel disinfettante, starnutire sul gomito piegato, e due metri di distanza da vicini di viaggio troppo tossicchianti. Ma, onestamente, il padre ansioso rimane ansioso. Perché col passare delle ore il bollettino dei contaminati si aggrava (si va verso i 150), ci sono anche medici infettati, cancellati eventi sociali e gare sportive, si decide di chiudere le scuole, pub e discoteche, si annuncia la sospensione del lavoro in diversi stabilimenti. E, soprattutto, nella bassa Lodigiana, alle porte di Milano, e in una località del Veneto, viene ordinato di non lasciare i centri abitati, cinquantamila persone bloccate all’interno di un cordone sanitario, con polizia ed esercito a garantire l’applicazione del divieto, la minaccia di condanne anche penali. Quarantena di massa. Inedita. In scala, una specie di Wuhan. Come in tempo di guerra, e di qualche maledetta guerra il padre ansioso è stato testimone per lavoro, anche se qui le invalicabili linee rosse vogliono essere amiche, preventive, rassicuranti. Per contenere l’avanzata di un nemico invisibile, subdolo, che si cela dietro il sorriso di un conoscente di ritorno da un lungo viaggio, in quello di un amico che appare in ottima salute, nella sala di un bar dove i pensionati sono occupati nel rito della briscola, e misteriosamente proprio tra quei giocatori attempati vi sarà la prima vittima, il primo morto italiano da coronavirus. Che per gli esperti è il “Sars-Cov-2”, tanto per renderlo ancor più misterioso e fantasmagorico, una volta tanto che il nome di una malattia era semplice, diretto, pronunciabile, come per la peste raccontata dal Manzoni. Stop. Parallelo improponibile come per la pandemia della ‘spagnola’, che un secolo fa di morti ne fece milioni in tutto il mondo. Lasciamo perdere la politica, subito segnata dall’infamia di una strumentalizzazione, su ciò che si è fatto o non fatto in termini di prevenzione, bastava o no bloccare i voli dalla Cina, o meglio – col senno di poi – mettere tutti i rimpatriati in quarantena casalinga, mentre di certo occorreva predisporre meglio la macchina sanitaria di un Paese che si affanna a dibattere la crescente scarsità di medici, recluta in corsia i ragazzi laureandi, richiama i dottori pensionati, paga i molti tagli del passato. No, meglio stare agli scienziati, alle loro algide certezze. Ma ecco che ti senti sballottato da quella che dovrebbe essere la sintesi delle loro alte competenze, l’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità. Così serenamente rassicurante nelle prime settimane delle infauste notizie dalla Cina. E poi, fulmineamente, così catastrofica. Il coronavirus, ha tuonato una decina di giorni fa dalla sede di Ginevra, “nemico pubblico numero uno”... “socialmente pericoloso, come il terrorismo”. Sembra troppo anche allo sprovveduto cronista che si affida alla scienza.

E infatti ieri, mentre il pallottoliere degli infettati non si ferma a pochi passi da casa nostra, ecco che una virologa di fama, commentando la generale isteria, rovescia di nuovo tutto: “È una follia, abbassate i toni, la semplice influenza fa molti più morti ogni anno”. Il padre ansioso si arrende. Panico indotto? Sarà soprattutto e ancora colpa dei media.

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