L'analisi
13.01.2020 - 06:300

Un rebus politico per gli ayatollah

Certa indignazione da parte di alcune capitali ha, al netto del dolore di chi piange i propri cari, un sapore decisamente strumentale, interessato e cinico

Non certo per giustificare i tre giorni di ritardo con cui Teheran ha ammesso di aver abbattuto “per errore” il Boeing 737 delle linee ucraine, facendo strage di passeggeri. Ma certa indignazione da parte di alcune capitali ha, al netto del dolore di chi piange i propri cari, un sapore decisamente strumentale, interessato e cinico. Lacrime asciutte.

Bastano del resto pochi esempi. A sei anni di distanza qualcuno ha forse confessato di aver abbattuto l’aereo della Malaysia Airlines sul Donbass ribellatosi a Kiev grazie all’intervento militare russo? O chi ricorda quanta reticenza accompagnò il riconoscimento della verità sul missile statunitense (era il 1988) che aveva colpito in volo e sbriciolato sullo Stretto di Hormuz un velivolo delle linee iraniane? E ancora: quante vittime civili “collaterali” (migliaia) sono state riconosciute da parte degli Stati Uniti, vittime colpite “per sbaglio” da ordigni lanciati premendo un pulsante a migliaia di chilometri di distanza sui teatri di guerra di vari conflitti vicino-orientali?

Ricordare questi precedenti (probabilmente non gli unici nelle moderne guerre che hanno proprio i civili come principali vittime) nulla toglie alla gravità di quanto avvenuto sui cieli della capitale iraniana, né all’ammissione tardiva, spia di una dirigenza che conosce profonde incertezze al termine dei dieci peggiori giorni nella storia del regime teocratico degli ayatollah: l’uccisione del generale Soleimani (l’uomo della strategia espansiva della Repubblica islamica), la simbolica e ininfluente rappresaglia iraniana, lanciata dopo aver “diligentemente” pre-avvisato i soldati americani a presidio delle basi colpite; i funerali di massa dell’alto ufficiale dei pasdaran (considerato dalla Casa Bianca il nemico pubblico numero uno), ma anche l’immediata e netta impressione di un Iran intrappolato nel dilemma su come reagire davvero senza scatenare una nuova risposta della prima potenza militare del mondo; il rosario di nuove sanzioni economiche statunitensi (con gli europei sostanzialmente obbligati a seguire) su un Paese già piegato e piagato da quelle che hanno ridotto drasticamente le sue vitali esportazioni petrolifere; e, ora, dopo la confessione della sua colpa, la ripresa della contestazione interna, rivolta direttamente alla guida suprema Khamenei, col rischio di disperdere l’effetto di unificazione nazionale provocato dall’eliminazione “chirurgica” del suo stratega militare.

Si vedrà quanto estesa e quanto resistente potrà essere questa ennesima protesta urbana e giovanile, destinata a subire, se prolungata, i terribili colpi di maglio della dittatura dei mullah, implacabile quando sente minacciata la propria sopravvivenza. Ma è una contestazione che non sorprende. Pochi avevano sottolineato negli scorsi mesi come in realtà la rivolta in diverse città iraniane era anche motivata dalla contestazione dei massicci investimenti (uomini, armi, finanziamenti) che proprio il generale Soleimani aveva gettato nella realizzazione di quella “mezzaluna sciita” da costruire, a partire dall’Iran, attraverso Yemen, Iraq, Siria, Libano, allungandola fino a Gaza governata dai pro-iraniani di Hamas.

Si tratta di un disegno strategico, che, se definitivamente consolidato, cambierebbe il volto e gli equilibri della regione; e che gli Stati Uniti, coi suoi principali alleati locali (Israele e Arabia Saudita) hanno deciso di contrastare impiegando anche il massimo della forza. Per Teheran, il rebus politico più drammatico in quarant’anni di Repubblica islamica.

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