Una sconfitta che brucia eccome all’ex presidente del Boca Juniors (Keystone)
L'analisi
13.08.2019 - 14:520

In Argentina i mercati non votano (ma non perdonano)

Crollo in Borsa e mega svalutazione del Peso dopo la batosta di Macri alle primarie. Gli investitori hanno capito che ‘la festa dell’indebitamento’ è finita

I mercati non votano, ma i loro movimenti sono in grado di condizionare le sorti di un intero Paese, soprattutto di quelli fragili come l’Argentina di Macri. Lo hanno ampiamente dimostrato lunedì, a meno di 24 ore dalle primarie dalle quali il presidente in carica è uscito con le ossa rotte, quando la fuga di capitali da Buenos Aires ha fatto crollare la Borsa (giù quasi del 50%) mentre il Peso argentino passava da un rapporto 45 a 1 con il dollaro americano a circa 60 a 1.

‘I mercati non credono nell’opposizione, loro sono il passato’ si è affrettato a diagnosticare Mauricio Macri, ancora sotto shock dopo la pesantissima e inattesa sconfitta alle primarie. Una sconfitta che brucia eccome all’ex presidente del Boca Juniors, figlio di una delle famiglie più ricche dell’Argentina, che domenica sera ancora prima che venissero divulgati i dati ufficiali delle elezioni mandò la popolazione “a dormire” visto che “abbiamo ottenuto un cattivo risultato”. Lo slogan “non torniamo al passato” è stato il cavallo di battaglia della sua coalizione ‘Insieme per il cambiamento”, ma il risultato alle urne dimostra che non ha funzionato.

È vero che il ritorno al potere della signora Cristina Fernandez de Kirchner (ora nella veste di vicepresidente) spaventa gli investitori internazionali: nessuno dimentica la sua lotta contro i fondi speculativi ai quali non ha mai voluto pagare i conti del default del 2002, nonostante la sentenza del giudice americano Thomas Griesa. Ma la paura nei confronti del peronismo ‘kirchnerista’ di sinistra che si appresta a riprendere la Casa Rosada non è l’unica spiegazione per il comportamento dei mercati. Il messaggio di ieri in verità è un altro: gli investitori hanno capito che ‘la festa dell’indebitamento’ è finita. Da quando si è insediato, il governo di Macri ha applicato una politica neoliberale, convinto che piegarsi alla volontà dei mercati finanziari avrebbe sortito una ‘pioggia di capitali’ in grado di fare ripartire l’economia del Paese. Le cifre dei suoi quasi quattro anni di gestione l’hanno smentito in modo drastico: disoccupazione raddoppiata, povertà in aumento (oggi è povero un terzo della popolazione, il che vuol dire circa 15 milioni di persone), inflazione galoppante con un tasso annuale superiore al 50% sono alcuni degli indicatori che dimostrano quanto la politica macrista non abbia capito nulla dalla precedente storia economica argentina.

Chiunque abbia avuto la possibilità di visitare Buenos Aires lo sa: appena fuori dal centro città ci sono praterie immense, infinite. Chilometri e chilometri punteggiati di mucche e piantagioni di soia. L’agricoltura in effetti è l’unico settore economico competitivo dell’Argentina a livello internazionale. La base del sostegno politico al governo di Marci arriva proprio dall’oligarchia latifondista e dai grandi gruppi che operano nei mercati delle commodities. In Argentina campi e finanza sono andati sempre a braccetto, muovendosi in opposizione alla pseudoindustrializzazione cara al peronismo.

Il Paese immaginato dal governo macrista è (era) quello in cui l’export agricolo unito al finanziamento di Wall Street sarebbe stato sufficiente per sostenere uno sviluppo asimmetrico, concentrando ricchezza in poche mani e sperando che qualche beneficio ‘sgocciolasse’ poi da quelle dita, a beneficio delle masse sottostanti. Per garantire il buon funzionamento del suo piano, appena arrivato al potere Macri mise fine a tutte le misure eterodosse applicate durante dodici anni di amministrazione kirchnerista: controlli sul flusso dei capitali speculativi, limitazioni all’acquisto di valuta estera, tasse sull’export agricolo e sussidi ai servizi pubblici.

Come risultato delle sue politiche, appena Wall Street ‘chiuse i rubinetti’ poco più di un anno fa, al paese toccò aggrapparsi al ‘salvagente’ del Fondo monetario internazionale (Fmi) per evitare il secondo default in meno di vent’anni. Ma si sa come va a finire quando si va dal Fondo. Lo politiche economiche da ortodosse passarono a ultra ortodosse: zero emissione monetaria, zero deficit fiscale, tasso d’interesse della Banca Centrale alle stelle, il tutto per cercare di contenere un’inflazione inarrestabile e ripagare alla svelta il maggior prestito che l’Fmi abbia mai concesso nella sua storia: 57 miliardi di dollari. Le ragioni per le quali il Fondo monetario si è tanto impegnato nel tentativo di salvare il governo di Macri meriterebbero un’analisi tutta per loro. Per farla breve, basti sapere che dietro a questo intervento ci sono le pressioni di Donald Trump, preoccupato dal possibile ritorno al potere di una forza populista nel suo ‘cortile’, quando ancora l’incendio venezuelano non è stato spento.

Si potrebbe andare avanti descrivendo il disastro provocato dall’ignoranza macrista in termini economici, raccontare come i suoi funzionari non abbiano mai voluto affrontare il fatto che la mancanza relativa di dollari in un’economia bimonetaria  – si spende in Pesos, si risparmia in valuta americana – è il tallone di Achille che negli ultimi 70 anni ha causato crisi periodiche nel Paese. Ma è meglio dedicare l’ultimo paragrafo alle persone che vivono in mezzo a questo ‘delirio’: in un contesto dove i mercati non scelgono i candidati ma spingono con tutte le loro forze in una determinata direzione, la gente vota con la pancia. E non è affatto una metafora: un terzo della popolazione desidera anzitutto lavorare e poter dare da mangiare ai suoi figli. Il ceto medio vuole tornare a ristorante e a teatro. Gli imprenditori locali vogliono riaprire i battenti dei loro negozi. Questa è la semplice spiegazione del perché la popolazione, nonostante tutti gli errori del governo precedente e il ‘terrore dei mercati’ annunciato da Macri, adesso non vede l’ora che ‘il passato’ torni al potere.

1 sett fa Argentina, pesante sconfitta di Macri alle primarie
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