Keystone
L'analisi
09.07.2019 - 06:200
Aggiornamento : 25.07.2019 - 15:26

Matteo Salvini non dà i numeri

I migranti sbarcati in Italia dall’inizio dell’anno sono stati 3’079, l’82% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018, e il 96,39% rispetto al 2017

Bastassero i numeri, quelli del suo stesso ministero, Matteo Salvini dovrebbe smettere di fare tutto ’sto casino su poche decine di migranti che approdano sulle coste italiane a bordo delle imbarcazioni di pochissime Ong. Secondo i dati del Ministero dell’interno, infatti, i migranti sbarcati in Italia dall’inizio dell’anno sono stati 3’079, l’82% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018, e il 96,39% rispetto al 2017.

È che Salvini dei numeri non sa che fare se non sono funzionali alla sua propaganda. In questa fase ciò che gli occorre è tenere alta la tensione sulla questione migratoria, indicandola come un’emergenza a cui va data la precedenza su ogni altro tema. Quando poi la retorica da campagna elettorale lo richiederà, vanterà come proprio merito il calo drastico degli sbarchi: li ho fermati io.

È quindi più utile interpretare i numeri, che farne baluardi di posizioni pregiudiziali; se non altro perché quasi mai le cifre danno conto del processo che le ha prodotte. Il calo degli sbarchi sulle coste italiane, dunque, non può essere attribuito all’indegna politica di chiusura dei porti (peraltro rivelatasi inefficace, buona tutt’al più per occupare spazi informativi); solo in parte agli accordi siglati a suo tempo dal ministro Minniti con le autorità libiche (autentici patti col diavolo); e meno ancora alla messinscena di Salvini stesso sceso a Tripoli a stringere mani di perfetti, a lui, sconosciuti.

In realtà, molto più “efficace”, da questo punto di vista, è stato quel Fondo fiduciario d’urgenza (Ffu) stanziato nel 2015 dall’Unione europea a favore dei Paesi africani interessati, per “favorire la stabilità e la lotta contro le cause profonde delle migrazioni irregolari”. Una concreta applicazione dello slogan “aiutiamoli a casa loro”, se non si trattasse semmai di una sorta di esternalizzazione della repressione della migrazione. Al solo Niger sono toccati più di 260 milioni di euro, una cifra colossale per uno dei Paesi più poveri del mondo, andati in buona parte alla formazione e alla dotazione delle forze di sicurezza incaricate di fermare i flussi di migranti che da Agadez affronta(va)no il Sahara.

Un risultato è che i migranti non si sono fermati, ma si sono spostati su altre direttrici, verso l’Africa nord-occidentale in specie. L’altro è che la criminalizzazione di un diritto naturale qual è spostarsi in cerca di una vita migliore ha finito per consegnare controllo e gestione delle migrazioni ai racket, alle milizie che a parole si dice di combattere poiché terroriste. Oltre a far impennare il numero delle vittime lungo le vie clandestine che conducono a nord. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha documentato come il numero di morti (quelli rinvenuti, ma si pensi a quanto è esteso il Sahara) è decuplicato nel periodo di applicazione dell’accordo.

E questo ci riconduce ai numeri di partenza. Se gli sbarchi sono calati in misura da non dare più copertura alle balle sparate da Salvini, la mortalità tra i migranti che tentano la traversata mediterranea non è mai stata tanto alta: un morto ogni otto che ce la fanno. E forse per il numero crescente dei suoi fan è ancora troppo poco.

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