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L'analisi
10.04.2019 - 06:300

Israele, la pace svanita

Mai nella storia dello Stato ebraico un partito è riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta alla Knesset, il parlamento monocamerale

Mai nella storia dello Stato ebraico un partito è riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta alla Knesset, il parlamento monocamerale. Questa tornata elettorale non farà certamente eccezione. La contesa, spostatasi a destra come mai era successo prima d’ora, vede, stando alle proiezioni, un testa a testa tra Benjamin Netanyahu, con alle spalle 13 anni di potere e di consolidata intransigenza, e Benny Gantz, ex capo di Stato maggiore, apparentemente meno oltranzista del premier uscente. È possibile, secondo le prime indicazioni, che quest’ultimo esca vincitore dalle urne, ma che “Bibi” rimanga comunque in carica grazie all’alleanza con un ampio ventaglio di ultranazionalisti, compreso il movimento xenofobo Otzma Yehudit che si rifà a Meir Kahane, il rabbino ricordato per la sua ideologia apertamente razzista. Meno probabile la formazione di un governo di coalizione attorno al partito di centro destra Kahol Lavan (Blu e bianco, i colori della bandiera israeliana) dello stesso Benny Gantz, che ha dalla sua la credibilità sulla questione sicurezza. In caso di sua vittoria, si aprirebbero due scenari, entrambi tuttavia molto problematici. Da una parte un accordo con i partiti religiosi che chiederebbero in cambio l’esenzione dalla leva obbligatoria (3 anni) per gli haredim, gli ultraortodossi ‘timorati di Dio’. Dall’altra, un’alleanza con il centrosinistra e l’appoggio esterno dei deputati arabi. Ipotesi, quest’ultima, ancor meno verosimile considerando lo stato disastrato di una sinistra che anni di governo Netanyahu hanno ridotto a un cumulo di macerie. I laburisti potrebbero non superare i 10 seggi (su 120) mentre il piccolo partito Meretz è ormai l’unico che ancora sostiene apertamente la soluzione dei due Stati. Segno dei tempi, non particolarmente favorevoli alla pace, al rispetto del diritto internazionale e di quello dei popoli, la questione palestinese è stata assente dalla campagna elettorale. Non era mai successo dal 1949, ovverosia in tutta la storia dello Stato ebraico. I proclami aggressivi e altisonanti del premier uscente, propensi all’annessione pura e semplice delle colonie di insediamento nei territori occupati della Cisgiordania in cui vivono 400mila ebrei, non suscitano scalpore. Anzi. L’elettorato più giovane, quello dalla memoria corta, che non ha ficcato nei ricordi un sionismo democratico e umanista ma solo la sua versione prevaricatrice, sembra particolarmente attratto dall’estremismo sovranista. Galvanizzato certamente anche dalla politica dell’amministrazione Trump che ha offerto su un piatto d’argento un doppio regalo all’amico ‘Bibi’: Gerusalemme capitale e l’annessione delle alture siriane del Golan. Le posizioni critiche dell’Unione europea non scalfiscono in nulla l’inflessibilità politica del premier uscente. Al contrario, Netanyahu guarda con malcelato disprezzo alle capitali europee, come ricorda ‘Le Monde’. Nel vecchio continente i suoi punti di riferimento sono paradossalmente i Paesi accusati, spesso a ragione, di tollerare se non addirittura promuovere il vecchio demone antisemita. Con Polonia e Ungheria, il governo israeliano trova molte assonanze. Il terreno a Tel Aviv come a Varsavia o Budapest è oggi tra i più fertili per il populismo nazionalista. Amici un po’ improbabili fino a poco tempo fa, così come improbabile in passato sarebbe stata l’attuale luna di miele con Vladimir Putin. Si potrebbe in fondo constatare che Israele a guida Netanyahu si è di fatto integrato in un trend globale. Una forma di normalizzazione consumatasi a scapito dei palestinesi. E che si traduce anche nella crescente accettazione di Israele da parte di diversi Paesi arabi, non particolarmente democratici, dal Bahrein all’Egitto o all’Arabia Saudita. 

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