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L'analisi
27.03.2019 - 11:190

Il partito come fine, o come mezzo

Dopo il dibattito che ha avuto luogo sul nostro giornale tra Laura Sadis e Gabriele Gendotti, l'opinione di Andrea Ghiringhelli

Pertinenti e centrate le considerazioni di Laura Sadis. Ha espresso il suo libero pensiero sulla situazione politica: pacatamente, senza enfasi. Il suo punto di vista è stato giudicato poco opportuno per le sorti del partito di riferimento, e qualcuno ha protestato perché ritiene che contano i decimali dopo la virgola e prima di tutto viene il partito alla caccia del secondo seggio. È un punto di vista ma non concordo, perché ho sempre ritenuto che i partiti sono un mezzo e non un fine. De Gasperi – credo fosse lui – opportunamente distingueva: ci sono quelli che pensano alle prossime elezioni e al partito, e sono i politici della “politique politicienne” – della politica per l’interesse di parte –, e poi ci sono gli statisti che pensano alle prossime generazioni e al paese: che sono un’altra cosa, merce rara di questi tempi e il Ticino – ammettiamolo pure – non brilla nemmeno sullo scranno federale. La logica dei critici dell’ultima ora è perlomeno singolare in democrazia: chi appartiene a un partito non ha il diritto di criticarlo pubblicamente? Di dissentire dall’opinione della classe dirigente? Di esprimere un parere sulla situazione politica quando non sia conforme alle parole d’ordine?

Allora c’erano due anime

Scontri, dibattiti anche virulenti in seno al partito sono stati frequenti nel passato: ne costituivano la forza di propulsione, la linfa vitale, con i radicali a spingere in avanti e i liberali a contenere e smussare. Ma allora c’erano due anime, quella radicale e quella liberale, e personalità di grande cultura politica da una parte e dall’altra. E nessuno si sognava di zittire con le banalità del calcolo di partito chi osava dissentire: ci si scontrava a muso duro sulle idee. I radicali Romeo Manzoni, Emilio Bossi, Francesco Chiesa, e pure Brenno Bertoni, non le mandarono a dire al partito del Simen, preoccupato di non calcare troppo la mano sulla questione sociale e sui temi della scuola, delle questioni tributarie, dell’amministrazione pubblica: c’era il potere da accudire e il compromesso si imponeva. I radicali, per affinità elettiva, auspicavano di camminare con i socialisti che invitavano ad essere un po’ più battaglieri, mentre la politica del Simen era la prudenza, a cui il colto Alfredo Pioda cercò di dare una giustificazione teorica. E quando i radicali si convinsero che c’era poco da sperare tolsero il disturbo e fondarono l’Estrema radicale nel 1902. Vi furono poi altri momenti di confronto sulle idee che, per così dire, portarono nuova linfa al partito, su su fino all’esperienza di “Ragioni Critiche”, che coinvolse personalità di primo piano del mondo politico ed economico e della cultura: eravamo negli anni 80/90, ma sembra un secolo fa, e chi si ricorda ancora di quella rivista? Una rapida verifica mi indica che per i più la memoria è smarrita.

Il pragmatismo del fare

Sul finire del secolo scorso, si è fatta strada l’idea ribadita e ripetuta che lo scontro di idee fosse cosa superata, che parlare di liberali e radicali con il tramonto delle ideologie fosse uno sterile esercizio, che bisognava puntare sul pragmatismo del fare, che destra e sinistra fossero distinzioni di altri tempi: che la politica è “governance”. Vi sembra che esageri? Andate ad ascoltare molti aspiranti al seggio che discutono di politica e vi convincerete che non è solo questione di retorica, ma anche di idee scarse e assai confuse. I radicali, in seno al partito liberale, erano per così dire il fronte avanzato, la sentinella che ricordava ai distratti che il liberalismo non può essere solo una teoria dei limiti dello Stato, ma, per essere tale, deve coniugare le istanze di libertà con la giustizia sociale. Dagli anni ’90 in poi la componente radicale ha rapidamente perso questa funzione e con il nuovo secolo il partito liberale ha assorbito in dosi ragguardevoli il credo neoliberista che promette agevolazioni ai ricchi e benefici per tutti: il welfare che scricchiola, le diseguaglianze crescenti e i tavolini magici ci dicono che le cose non sono andate proprio così. Ci dicono che il neoliberismo è per definizione antipolitico perché non mira al bene comune ma alla prosperità di pochi. Che il partito liberale oggi sia scivolato verso destra lo suggeriscono gli analisti. Forse, per togliere ogni equivoco sull’orientamento generale, converrebbe parlare di partito liberista. Si capirebbe meglio allora per quale motivo può infastidire chi invita la sinistra a tener duro e a ricomporre i cocci.

Argine alla destra populista

Cosa c’entra tutto questo con la polemica in corso? C’entra perché la perdita del seggio socialista sposterebbe l’esecutivo an- cora più a destra. La destra populista cresce e temo che continuerà a crescere e non è certo il partito liberale a far da argine. Ma avete letto gli slogan dei vari candidati? Invece di opporsi al populismo dilagante con gli argomenti della ragione politica e del pensiero critico, lo rincorrono con ansia: la destra populista inneggia al primanostrismo, al territorio, alla sicurezza, ai muri che proteggono; gli altri ci aggiungono le radici, l’identità ritrovata, il Ticino più svizzero, il sacro fuoco della tradizione. Tutti concetti divisivi ed escludenti che sono un’offesa al principio liberaldemocratico inclusivo per definizione e che giustificano la contrapposizione tanto cara alla destra estrema fra noi e loro: e gli altri stanno a guardare, e se non approvano stanno zitti, con una spiccata predisposizione al suicidio politico. Quindi cosa sarebbe il governo senza una nuova sinistra possibilmente redenta e rigenerata dopo anni di lacunosa colpevolezza e di esibizioni poco dignitose? Sicuramente qualcosa in meno. Vi ricordate chi giurava gaudioso che era finita la distinzione fra destra e sinistra? Ne siamo sicuri? Non è forse l’ora di ammettere qualche svista nel ragionamento? A parte ciò, auspicare che la sinistra conservi il suo seggio nell’esecutivo, non significa schierarsi. Significa, molto più prosaicamente, avvertire che c’è un’aria, una voglia di democrazia illiberale che è bene frenare per tempo: il buon senso, notoriamente, non è di destra né di sinistra.

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