L'analisi
04.03.2019 - 06:300

I tre problemi di Netanyahu

Troppe volte lo hanno dato per politicamente finito. E invece Benjamin Netanyahu potrebbe conquistare, nelle elezioni del 9 aprile, il suo quinto mandato

Troppe volte lo hanno dato per politicamente finito. E invece Benjamin Netanyahu potrebbe conquistare, nelle elezioni del 9 aprile, il suo quinto mandato. Dopo aver guidato, negli ultimi quattro anni, il governo più a destra nella storia di Israele. A “Bibi”, come chiamano il primo ministro, non manca la tenacia. E nemmeno il cinismo. Come alla vigilia dell’assassinio di Yitzhak Rabin per mano di un estremista religioso ebreo, quando non spese mezza parola di condanna dei suoi sostenitori che brandivano ritratti in cui il leader degli accordi di Oslo veniva tratteggiato con i baffetti alla Hitler. O come nell’attuale campagna elettorale, che Netanyahu ha inaugurato sdoganando (per farne un futuro alleato) il piccolo partito ‘Forza ebraica’, erede del rabbino Kahane, ispiratore della strage di palestinesi sulla Tomba dei patriarchi ad Hebron. Ne sono seguite polemiche che non hanno certo scalfito la corazza di impudenza dell’attuale premier, degno allievo del suo protettore e amico Donald Trump, che ha derubricato la questione palestinese e provocatoriamente portato a Gerusalemme l’ambasciata americana.
Si tratta comunque di un’iniziativa che rivela anche le difficoltà del leader del Likud. Che sono di tre tipi. Innanzitutto l’apertura dell’incriminazione plurima decisa dal procuratore generale di Israele (suo lontano collaboratore). Reati di corruzione e di scambio di favori, conferme della brutale disinvoltura dell’uomo, che avrebbe promesso favori a due organi di informazione in cambio di campagne stampa in suo favore. Il secondo problema Netanyhau lo ha all’interno del suo stesso partito (con un’ala che ne contesta la legittimità di leader) e della sua coalizione (ancora più a destra, Naftaly Bennett, l’attuale ministro dell’Economia, mira a strappargli il primato). Infine, questa volta “Bibi” viene sfidato da un candidato centrista con qualche possibilità di successo: Benny Gantz, generale, ex capo di Stato maggiore, alleatosi con il moderato Yair Lapid. I sondaggi dicono che insieme stanno dando del filo da torcere a un Netanyhau che – oltre ad attaccare violentemente magistratura e polizia per le sue vicende giudiziarie – accusa Gantz di essere il “miglior alleato” dei palestinesi dei territori occupati e degli arabi di Israele, il 20 per cento della popolazione, che il premier tratta praticamente da “nemico interno”. In realtà l’ex capo di Stato maggiore non ha annunciato un programma chiaro sulle sue intenzioni; e nessuno dimentica che nel 2014 guidò l’esercito israeliano nella più lunga, sanguinosa e spropositata rappresaglia contro Gaza (2’200 palestinesi uccisi, di cui un quarto bambini). Ammiratore dichiarato di Sharon, Gantz ha comunque detto di voler ridare priorità alla questione palestinese pericolosamente bloccata, così negando che il problema numero uno sia oggi l’Iran, ossessione dell’attuale premier. Non un programma, solo parole di buon senso. Ma già sembrano una svolta se paragonate a quelle impregnate di bellicosità nazionalista del rivale che sogna di diventare il premier più longevo dello Stato ebraico.

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