L'analisi
31.12.2018 - 06:030

2018: quattro volti della resilienza

Mala tempora currunt: cala il sipario su un anno in cui, solo l’ottimismo della volontà potrebbe essere contrapposto al pessimismo della ragione

Lo scrittore israeliano Amos Oz ci lascia nel momento in cui il premier Netanyahu annuncia la partecipazione alla cerimonia di insediamento alla presidenza brasiliana di Jair Bolsonaro, inveterato nostalgico della dittatura. Il 2018 potrebbe chiudersi con questa doppia cupa immagine.

Mala tempora currunt: cala il sipario su un anno in cui, per parafrasare il celebre motto di Gramsci, solo l’ottimismo della volontà potrebbe essere contrapposto al pessimismo della ragione. A 16 anni il giovane Amos, sionista socialista, adotta il nome che lo renderà famoso e che significa “forza”: Oz (rinunciando a Klausner, eremita). Un paio di anni prima la madre si era suicidata. Pacifista, anti occupazione, ma tormentato (si era schierato per l’operazione piombo fuso nella striscia di Gaza), in una recente intervista così si era espresso: «Amo Israele, ma Israele non mi piace». La sua terra, quella in cui è nato e cresciuto, diventata terra di apartheid e oppressione. Triste destino. Nella galleria dei volti che immortalano lo spirito del 2018, c’è lui.

Vogliamo aggiungerne tre altri, personaggi e personalità che hanno dato senso alla resilienza. Ai nostri occhi svetta lei, Nadia Murad, yazida, fatta schiava dall’Isis nella terra del Sinjar, Iraq, dopo che tutti e 700 gli uomini del suo villaggio, compresi i suoi sei fratelli, erano stati massacrati. Ne rintraccia il percorso e soprattutto la sobria e straordinaria profondità ‘Sulle sue spalle’, eccellente documentario, da vedere. Il conferimento del Nobel per la Pace non rimarginerà le sue ferite. Ma si spera possa aiutare il suo popolo o quanto ne rimane, che l’oscurantismo islamista ha cercato di cancellare. La forza è lì, stampata nel giovane volto di una donna esile, discreta, timida e che ha vissuto l’inenarrabile.

L’inenarrabile lo ha visto e lo vede ogni giorno anche l’altro Nobel 2018, Denis Mukwege, ginecologo, medico, “l’uomo che ripara le donne”, nel suo ospedale di Bukavu, Repubblica Democratica del Congo. Nel suo discorso all’accademia di Stoccolma ha raccontato stupri e torture, la plastica incandescente fatta colare dagli aguzzini negli organi genitali delle vittime. Il prestigioso conferimento lo dedica alle sue pazienti, a quelle che non hanno retto la sofferenza o a quelle da lui miracolate, come Sarah, la famiglia ammazzata, lei legata a un albero per notti e giorni, violentata all’inverosimile. Non poteva neanche più camminare. Oggi ha ritrovato – ci racconta – sorriso e speranza. Ma Mukwege non manca di lanciare un monito: vengo da uno dei Paesi più ricchi della Terra, saccheggiato da potenze straniere, con i proventi delle ricchezze del sottosuolo finiti nelle tasche di ‘rispettosi’ oligarchi.

Nessun premio è stato attribuito nel 2018 a Jimmy Carter. Il nostro quarto volto lo abbiamo scelto per un’istantanea apparsa sul ‘Washington Post’. L’ex presidente americano e premio Nobel per la Pace per lo storico accordo di Camp David, ha oggi 94 anni. La foto lo ritrae mano nella mano con la moglie Rosalynn, 91 anni. Camminano con passo lento lungo la strada verso la loro casetta a Plains, Georgia. Carter, contrariamente agli altri presidenti, non ha mai voluto essere pagato per le sue conferenze e non è mai entrato in nessun Consiglio d’amministrazione: «Diventare ricco non è mai stato un mio obiettivo». Con il suo sorriso e la sua umiltà, la sua forza serena, questo uomo di pace sembra volerci ricordare nel suo incedere verso il tramonto che – come scriveva Amos Oz – “la vita è come un’ombra che passa. La morte pure”.

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