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21.12.2018 - 06:300

Un ritiro, non una vittoria

Si può anche chiamare vittoria una ritirata. Ma gli Stati Uniti che lasciano il campo di battaglia siriano non lo fanno da vincitori.

Si può anche chiamare vittoria una ritirata. Ma gli Stati Uniti che lasciano il campo di battaglia siriano non lo fanno da vincitori. Dunque ha un bel dire, Donald Trump, che l’Isis è stato sconfitto e di conseguenza l’impegno statunitense non ha più ragione di essere. In realtà l’Isis, certamente ridimensionato e costretto nell’impossibilità di riorganizzarsi in larghissima parte dei territori a cavallo tra Iraq e Siria, può ancora contare su molte migliaia di uomini, mentre altre ne ha spostate nelle aree di instabilità che più gli si confanno, come la Libia. Si aggiunga che a livello locale i nemici, o piuttosto i concorrenti, da cui l’Isis ha dovuto ultimamente guardarsi, più delle forze speciali o dei droni statunitensi, sono state semmai le risorgenti formazioni di al Qaida o i Taleban in quell’Afghanistan dove fatica a insediare propri capisaldi.

Si potrebbe anche leggere l’annuncio di Trump, o piuttosto i suoi toni, come l’infelice ‘Mission accomplished’ che troneggiava alle spalle di Bush ai tempi della guerra a Saddam Hussein. Ma c’è una differenza, che in parte spiega l’esito della storia: che questa volta gli Stati Uniti non si sono inventati una guerra, trovandosi piuttosto a combatterla agli ordini di un commander-in-chief a dir poco riluttante come Barack Obama. Le difficoltà dell’ex presidente nell’interpretare ed eventualmente collocare strategicamente le cosiddette “primavere arabe” ebbero il proprio coronamento nell’indicare una “linea rossa” (l’impiego di armi chimiche) oltre la quale Washington avrebbe risolto militarmente la questione. Si sa come andò: le “garanzie” offerte da Mosca per conto di Bashar al Assad annunciavano il rimescolamento geostrategico che oggi abbiamo sotto gli occhi.

Al ridimensionamento del ruolo statunitense – confinato ai teatri di guerra ben lontani da Damasco, a fianco dei curdi ora piantati in asso – è corrisposta l’affermazione della Russia quale regista unico in quel teatro di sangue. Per quanto improbabile, l’alleanza russo-turco-iraniana è da tempo la sola in grado di dettare l’agenda nella regione, monopolizzando anche l’iniziativa diplomatica, come ben sanno gli annichiliti negoziatori dell’Onu. Se quindi Assad, il dittatore sanguinario da rimuovere, è ora il solo interlocutore e riconosciuto capo di Stato della Siria, i vincitori non sono gli Stati Uniti.

Come collocare, allora, la decisione di Trump su questo sfondo? In Siria, la sua politica si è distinta – ed è il suo marchio di fabbrica – per la spiccata inclinazione alle smargiassate a partire da bombardamenti tanto enfatizzati quanto irrilevanti sul piano strategico (secondi, per stupidità, alla “superbomba” sganciata sull’Afghanistan senza procurare un graffio ai Taleban che infatti se lo stanno riprendendo), fino alle ondivaghe esternazioni su Assad e la fine che gli spetta.

Volendo comunque individuare una razionalità nella scelta del presidente statunitense (che rispetto al disimpegno di Obama ha una matrice ideologica precisa e trasparente), la si potrebbe indicare in un passo nel consolidamento dell’asse stabilito con Benjamin Netanyahu e Mohammad bin Salman in chiave anti-iraniana (i suoi uomini sul campo), concedendo al primo la sistematica cancellazione di diritti dei palestinesi, e al secondo carta bianca per ogni tipo di crimine.

Ma non è detto che il disegno sia strutturato e coerente, dovendosi anche contemplare la possibilità che sia l’ennesima trumpata: per trasformare davvero un ritiro in vittoria la statura politica necessaria è notevolmente superiore a quella di cui “lui” dispone.

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