L'analisi
08.10.2018 - 06:300
Aggiornamento 08:48

Troppo tardi. Troppo poco

Mancanza di coraggio e di idee, insufficiente volontà politica: le forze europeiste non riescono neppure a costruire una contro-narrazione per contrastare nazionalismi e sovranismi

Troppo poco, troppo astratto, troppo tardi. Fa fatica persino a nascere la contro-narrazione necessaria a contrastare la crescita dei nazionalismi nell’area dell’Unione europea, col loro mix di sovranismo e populismo, mentre il calendario avvicina sempre più alla decisiva scadenza delle elezioni per il rinnovo del parlamento europeo.

Inadeguatezza, mancanza di coraggio, deficit di idee, insufficiente volontà politica, e difficoltà obiettive.

Tutto si somma, con effetto quasi paralizzante su quella parte di leadership continentale che anche all’interno delle proprie società divise deve confrontarsi affannosamente con le forze che puntano alla disgregazione della politica e dei partiti tradizionali.

Troppo poco, o quasi nulla: durante l’annosa rincorsa dei populisti verso le recenti conquiste elettorali, le forze europeiste non hanno messo unitariamente in campo qualcosa di immediatamente recepibile dall’opinione pubblica come svolta concreta dopo la lunga stagione dell’austerità e del timone abbandonato nelle mani del mercato finanziario.

Troppo astratto: i vaghi discorsi sulle riforme istituzionali, anche quelle più audaci, nel loro tecnicismo non hanno nulla che possa davvero coinvolgere opinioni pubbliche che (abboccando alla tesi che quasi tutti i problemi abbiano origine dai burocrati di Bruxelles) sono sempre più portate a credere che l’Europa sia la fonte della crisi (soprattutto delle classi medie) e nient’affatto la sua possibile soluzione.

Infine, è troppo tardi: mancano soltanto sette mesi al rinnovo dell’assemblea europea di Strasburgo, e l’assenza di un programma comune delle forze anti-sovraniste (per esempio, un’indennità europea e il varo di stimoli contro la disoccupazione giovanile) sembra l’ennesimo binario verso l’ulteriore indebolimento, forse finale e davvero disgregante, del processo integrativo.

Intendiamoci, l’Europa non è mai stata la casa federalista sognata a Ventotene, bensì l’Europa delle Patrie, anzi delle nazioni, refrattarie a cedere parti della loro sovranità. Lo conferma la vicenda dell’euro.

Allo stesso tempo, l’allargamento dell’Ue ha esteso l’adesione a nuovi membri che usano l’Europa come un grande bancomat (prezioso, anzi indispensabile per la propria crescita economica) ma poi profondamente ostili a regole che vorrebbero salvaguardare i principi fondanti del progetto unitario. Operazione precipitosa, con cui ci si illuse di “contaminare” virtuosamente quella parte del continente che “era stata a lungo sequestrata dall’impero sovietico”.

Un errore, e una generosità mal ripagata. Oggi quella parte dissidente d’Europa è simboleggiata e guidata dall’ungherese Orban, che teorizza ed esalta la “democrazia illiberale”, pur servendosi a piene mani (come del resto i suoi soci del gruppo Visegrad) dei miliardari contributi europei, che oltretutto gonfiano parecchie tasche dei suoi amici e dei suoi familiari (uno dei motivi della recente, inedita condanna del parlamento europeo).

Infine, la debolezza interna dei due leader indispensabili a qualsiasi rilancio dell’ideale europeo: Macron e Merkel, azzoppati dai sondaggi (come nel caso del presidente francese) o da ribellioni interne (contro la cancelliera tedesca) che mettono nuovo carburante nel motore nazionalista. Sette mesi al voto europeo. Possono forse bastare per raccontare un’altra Europa? E per convincere?

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