L'analisi
06.09.2018 - 06:150

Il male della Libia

La penultima tregua annunciata in Libia era durata poche ore

La penultima tregua annunciata in Libia era durata poche ore. Quella concordata martedì non ha maggiori possibilità di sopravvivenza, tali e tanti sono gli appetiti che si disputano controllo interno e influenze “esterne” sul Paese. Una lotta spartitoria generata dal disfacimento dello stato personale di Muammar Gheddafi, nel 2011, della quale gli stessi accordi istituzionali, benedetti dalla cosiddetta “comunità internazionale”, sono la prosecuzione.

L’attacco a Tripoli della 7ª Brigata – con il concorso o contro altre milizie, in un altalenante schema di alleanze mutevoli e opache – si iscrive in un quadro di frammentazione e ricomposizione dei poteri locali, specchio dell’analoga dispersione dell’intero Paese in feudi, dal confine egiziano a quello tunisino. Su ciascuno dei quali signoreggia un raìs (molto spesso ostaggio delle milizie che se ne sono assunte la “protezione”), a sua volta sostenuto da padrini internazionali che se ne servono per le proprie manovre.

L’estendersi degli scontri nei giorni scorsi si può allora spiegare come un sommovimento intestino generato dall’antagonismo tra gruppi che reclamano la propria parte delle ricchezze che nonostante il disastro la Libia pur produce, ma anche come manifestazione delle rivalità che a un livello superiore si disputano il controllo del Paese.

Le due figure che, schematicamente, rappresentano i due poli in conflitto sono il presidente del Consiglio di accordo nazionale Fayez al-Sarraj e il generale Khalifa Haftar. Il primo, insediato dall’Onu, si installò a Tripoli quattro anni fa, accolto da salve di cannonate (non di benvenuto…) ed esercita un simulacro di potere che non va molto al di là dell’area metropolitana. Il secondo, dalla roccaforte di Tobruch e con il sostegno di Russia, Egitto e Arabia Saudita, ambisce a sua volta a guidare il Paese o almeno il suo esercito. In mancanza dell’uno e dell’altro, si è accomodato nel redditizio ruolo di guastatore. A beneficio, di nuovo, di sponsor più o meno esposti.

Il ruolo peculiare assunto tra questi ultimi da Italia e Francia è poi esemplare del disordine diplomatico che accompagna le convulsioni libiche, del quale le reciproche invettive tra Emmanuel Macron e Matteo Salvini sono l’espressione più grottesca. Va da sé che Parigi e Roma siano più di altre capitali impegnate nei confronti della Libia. La prima, quantomeno, per il debito contratto con il disonesto avventurismo di Nicolas Sarkozy quando decise di rovesciare Gheddafi; la seconda per il proprio passato coloniale in Libia, e i decenni di relazioni inconfessabili con Tripoli, a dispetto di professate lealtà atlantiche. L’una e l’altra per l’entità dei rispettivi interessi nella ricchissima industria estrattiva. La seconda, per finire, nell’urgente necessità di mantenere un interlocutore che impedisca le partenze di migranti (senza andare per il sottile quanto alle condizioni in cui questi vengono trattenuti).

La somma di queste condizioni è un manifesto di inadeguatezza e arroganza. L’iniziativa con cui Macron ha tentato di bypassare l’Onu convocando a Parigi Sarraj e Haftar per una stretta di mano ad uso dei fotografi esprime più nostalgia di grandeur che capacità di leadership, ed è speculare alla rozzezza del capo di fatto del governo italiano, calato a Tripoli per “imporre” le pretese italiane (e liquidato con una lisciata di pelo da venditori di cammelli) e alla vaghezza con cui il portavoce Giuseppe Conte ha evocato a sua volta una “conferenza sulla Libia”.

Se questi sono i medici al capezzale della Libia, il suo stato potrà solo peggiorare. Che, tra gli altri, l’Isis lo abbia bene inteso e si prepari a trarne un adeguato vantaggio non deve davvero stupire.

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