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L'analisi
11.08.2018 - 06:400

Lo scivolone di Erdogan

Non era poi tanti anni fa, e la Turchia di Recep Tayyip Erdogan risultava avviluppata in un giudizio occidentale rigonfio di positività e belle speranze

Non era poi tanti anni fa, e la Turchia di Recep Tayyip Erdogan risultava avviluppata in un giudizio occidentale rigonfio di positività e belle speranze: un’economia costantemente in crescita, una versione tollerante e democratica dell’Islam, la possibilità che questo modello contaminasse benevolmente le vicine società musulmane dove già ribollivano le rivolte e i segnali di un fondamentalismo pronto ad esplodere.

La divisa tranquillizzante e pacificatrice di Ankara era “la Turchia non ha nemici esterni”, anche se in realtà la nuova dottrina appariva incastonata in una crescente ambizione di creare un’influenza neo-ottomana in tutta la regione. Ma è stata soltanto una transitoria illusione.

Il quadro è oggi radicalmente cambiato, praticamente rovesciato: la deriva autoritaria di Erdogan, l’islamizzazione strisciante delle sue istituzioni, le guerre ai confini, le incostanti alleanze internazionali, e l’inizio della fine del virtuoso modello economico, spesso foraggiato da investimenti pubblici fuori misura.

Così, dall’inizio dell’anno la lira turca ha perso circa il 30 per cento del suo valore, più un’inflazione galoppante arrivata al 17 per cento, e una forte crisi dei titoli di Stato decennali. Erdogan non ha più la bacchetta magica della crescita. Anche se detiene praticamente tutti i poteri. Che esercita senza che vi siano figure istituzionali in grado di contenerlo, o di equilibrarlo in qualche misura. Così, può scegliere direttamente anche il governatore della banca centrale. Per non parlare del Ministero dell’economia e delle finanze, che infatti ha affidato a suo genero, un modo per far intendere che non vi può essere intermediazione con chi dovesse esprimere anche un minimo dissenso nei confronti del “sultano”.

Una sorta di “sovranismo orientale”, prepotentemente autarchico, che non sente ragioni. Ancora pochi mesi fa, in un intervento a Londra, a chi gli chiedeva di rivedere una strategia basata sul credito facile a famiglie e imprese, l’uomo forte di Ankara replicava seccamente che la Turchia non avrebbe cambiato una virgola della sua strategia, rivendicando la buona crescita registrata alla fine dello scorso anno. È vero, l’economia turca corre ancora, anzi corre fin troppo, ma su basi così fragili e “surriscaldate” da inquietare sempre più esperti e mercati internazionali.

Da qui il drammatico scivolone della sua moneta nazionale, precipitata ieri a nuovi minimi storici, insieme alla Borsa in picchiata. Come se non bastasse, si aggiunge Trump, che si considera troppo bistrattato dall’ex alleato, e invece di addomesticare e recuperare l’antico partner di Washington annuncia, proprio nel momento peggiore, pesanti dazi sull’acciaio e l’alluminio turchi (rispettivamente del cinquanta e del venti per cento).

Naturalmente, come ha regolarmente fatto quando s’è trattato di vincere le crisi interne, Erdogan si appella a una nuova guerra santa, economica stavolta: esaltando la potenza del “nostro Allah contro i loro dollari”, e con toni mussoliniani invita i sudditi a portare il loro oro nelle banche per convertirlo e ridar così fiato alla lira sfiatata. Da tempo ripetiamo che Erdogan (a cui non mancano gli estimatori anche nello schieramento cosiddetto anti-establishment d’Occidente, affascinato dall’uomo forte) “non è la soluzione, ma è parte del problema” nell’intricatissima partita orientale. Ora lo è anche sui mercati europei. Troppe banche si sono infatti esposte nell’economia turca. Anch’esse ingannate dal miracolo sul Bosforo.

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