L'analisi
03.07.2018 - 06:300

Non è Weimar ma gli assomiglia

Qualcuno (il ‘Financial Times’, con le peggiori intenzioni) evoca Weimar, e speriamo che esageri

Qualcuno (il ‘Financial Times’, con le peggiori intenzioni) evoca Weimar, e speriamo che esageri. Ma se si assommano all’impatto del fenomeno migratorio sulle società europee la coda di una crisi economica niente affatto risolta, il discredito delle élite e un disordine ideologico cavalcato dal peggio della politica europea, si otterrà un risultato che potrebbe rivelarsi non meno drammatico. Una circostanza che lo fa temere è la relativa facilità con cui si è imposta nel discorso pubblico la tesi, del tutto infondata, che fa dipendere dalle migrazioni gli altri elementi di crisi elencati.

In tale scenario, l’attenzione internazionale catalizzata dall’Italia consegnatasi mani e piedi a Salvini non è nuova. Già in altre situazioni si è attirato questo Paese per il suo ruolo di incubatrice di movimenti e fenomeni politici destinati a irradiare il proprio modello ben oltre i suoi confini. Attenzione, sposata a diffidenza, divenuta presto allarme. Comprensibilmente: il cuneo italiano piantato nel corpo malato d’Europa ha un potenziale distruttivo ben superiore a quello delle intemperanze nazionaliste dei Paesi del “Gruppo di Visegrad”.

Non sembra dunque un caso che la crisi a lungo latente tra Angela Merkel e Horst Seehofer sia deflagrata, nei termini drammatici che conosciamo, dopo l’insediamento dell’estrema destra al governo di Roma. In un certo senso Salvini, deliberatamente o no, ha fatto da paradossale reagente ideologico alle contraddizioni dell’alleanza di governo tedesca, solo apparentemente ricomposte.

Perché se Seehofer è dei due il più vicino politicamente al capo di fatto del governo italiano, al tempo stesso ne è oggettivamente avversario, vista la pretesa di rinviare in Italia, Paese di primo ingresso nello spazio Schengen, i migranti che tuttavia anche Salvini non vuole tra i piedi. Mentre Merkel – lontanissima dal capo della Lega – è appunto contraria, nel suo modo al solito opaco, ai respingimenti, accomodandosi oggettivamente alle richieste italiane. Che poi lo sia per calcolo o sentimento è un altro discorso. Ma quando, domenica, ha detto “con l’Italia un accordo è impossibile”, non poteva essere più chiara.

Se dunque in una dinamica interna alla maggioranza di governo tedesca Seehofer può fare il Salvinen, è pur chiaro che al di fuori di essa deve misurarsi con quanto questa postura comporta: un facile guadagno di consensi nel brevissimo periodo (minacciato tuttavia da quella Alternative für Deutschland a cui vorrebbe sottrarre voti) e un rischio strutturale maggiore in una prospettiva più lunga. Questo (oltre alla consapevolezza del proprio indebolimento) spiega anche la cautela con cui Merkel ha maneggiato la questione. Ma soprattutto rivela come le vie nazionali, anzi nazionaliste, alla “soluzione del problema migranti” – espressione che chi ha una pur minima coscienza storica dovrebbe bandire – sono un falso in sé e non portano da nessuna parte. Se dell’Europa all’epoca di Weimar, passato quasi un secolo, riappare qualcosa, è questa forma di falsificazione, del “problema” e della sua “soluzione”. Passi, si fa per dire, l’Italia; ma se anche la Germania imbocca quella strada…

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