L'analisi
15.05.2018 - 06:300

Inaugurata nel sangue

Non saranno i palestinesi morti ieri a cambiare la Storia.

Non saranno i palestinesi morti ieri a cambiare la Storia. La violenza di cui essa è portatrice dovrebbe esercitarsi in scala molto maggiore per determinare svolte, rivolgimenti, ed è dunque fuori dalle possibilità dei palestinesi.

In ogni caso Israele c’è, realizzata e straordinaria espressione più di una volontà forgiatasi altrove (nella diaspora e nelle dinamiche spartitorie concepite da un’Europa allora dominante) che della cultura ebraica per millenni insediata in quella terra. Presente da settant’anni in un’area e tra genti che lo hanno rifiutato sin dalla sua nascita e che ancora, per volontà o per ignoranza (quella che sovente è determinata da una violenza a propria volta subita) equiparano la Shoah alla Naqba, lo sterminio degli ebrei d’Europa alla “catastrofe” (Naqba, appunto) della cacciata dalle proprie case di centinaia di migliaia di palestinesi, condizione ed effetto della nascita del nuovo Stato.

Ma la Naqba, come ha scritto bene Wlodek Goldkorn, “con tutte le sue atrocità, rientra nel processo di riordinamento di stampo etnico del mondo, avvenuto tra il 1945 e il 1948. In quegli anni la partizione dell’India causò milioni di vittime, musulmane e indù; in Europa centrale masse di persone vennero espulse dalle terre che abitavano da sempre, i tedeschi dalla Polonia e dalla Cecoslovacchia, i polacchi dall’Ucraina; mentre gli ebrei erano in fuga dai pogrom in Polonia”. Mentre la Shoah fu un’altra cosa: “La catastrofe dell’Occidente, della modernità, della stessa episteme, nel senso che viene reciso (lo aveva intuito Primo Levi) il nesso tra causa ed effetto. Ecco perché la ricostruzione dell’Occidente comportò la costruzione dello Stato degli ebrei”.

E questo spiega forse perché la nascita di Israele fu inevitabile e necessaria; e perché volerne negare esistenza e legittimità è, nel migliore dei casi, tempo perso. Ma resta solo una parte del problema. Irrisolvibile, oltretutto, se non nelle fantasie maniacali degli ideologi iraniani.

La parte eventualmente risolvibile della questione è dunque nelle mani di chi la politica la muove in avanti, di chi compie atti consapevole del futuro che ne deriverà, o, ignorante e irresponsabile, trascurandolo. Ed è ciò che abbiamo sotto gli occhi. Non da oggi, ma oggi con un disgraziato concorso di situazioni e persone ai posti dove facilmente si determinano per il meglio (raramente) o per il peggio le dinamiche in una regione dove generazioni intere si sono succedute senza conoscere una parentesi di pace o senza mai mancare di un nemico da odiare. Dove la “causa palestinese” stessa non è stata altro che un’arma di riserva negli arsenali delle capitali arabe, altrimenti indifferenti alla sua sorte.

A felicitarsi per il trasferimento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme è così quello stesso Benjamin Netanyahu che tanto attaccò Ytzhak Rabin per avere sottoscritto gli accordi di Oslo con i palestinesi (che rendevano giustizia, e neppure tutta, alle risoluzioni Onu post-1967) finché uno zelota del nazionalismo l’uccise. Mentre a complimentarsi con se stesso per avere ordinato il trasferimento è un Donald Trump, del quale non si dovranno ricordare che la protervia e l’infima statura politica.

Ai loro occhi, e a quelli di canali informativi bene ammaestrati, gli “estremisti” uccisi negli scontri suscitati dalla cerimonia di inaugurazione della nuova ambasciata non erano che l’espressione di un odio immotivato e pregiudiziale, rozza manovalanza di una impresa criminale intestata ad Hamas o a capitali nemiche. Ma le guerre sono belle, ha detto Trump, e si vincono facilmente, e forse non si riferiva solo a quelle commerciali.

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