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Ultimo aggiornamento: 17.11.2018 16:11
L'analisi
27.03.2018 - 06:000

Puigdemont un caso europeo

A forza di sentirsi dire che la loro era una “questione interna” alla Spagna, gli indipendentisti catalani sono riusciti a imporla all’Europa

A forza di sentirsi dire che la loro era una “questione interna” alla Spagna, gli indipendentisti catalani sono riusciti a imporla all’Europa attraverso una drammatica accelerazione degli eventi, qual è il fermo di Carles Puigdemont in Germania.

Con finalità opposte, l’arresto dell’ex presidente della Generalitat era preteso dal governo spagnolo, e pur messo in conto dal movimento separatista catalano: Madrid per vedere confermata la propria autorità, ignorando (o forzando) la situazione in cui questa si esercita; gli indipendentisti per imporre nel confronto sovranazionale non più le proprie rivendicazioni, ma una condizione di minoranza vessata e privata dei propri diritti.

Che ci fosse del calcolo era chiaro da tempo: dall’alternanza di emissione e sospensione del mandato d’arresto internazionale da parte della giustizia spagnola, alla disinvoltura con cui Puigdemont per mesi ha varcato frontiere, ben consapevole che le polizie dei diversi Paesi seguivano i suoi movimenti.

Ma, reclamato o temuto, atteso o sorprendente, il fermo di Puigdemont rivela che il controllo degli eventi non è mai quello di chi crede di determinarli. Madrid, ma sarebbe più corretto dire Mariano Rajoy (al cui servizio pare agire la Procura) ha sì ottenuto il fermo di Puigdemont, anche in virtù del fatto che il Codice penale tedesco contempla un reato analogo a quello spagnolo di “ribellione”, ma non ha ancora a disposizione il ricercato, né la certezza che questo avverrà: i giudici dello Schleswig-Holstein, a cui compete la decisione, potrebbero avere una indipendenza di giudizio ben maggiore. Una risposta negativa alla richiesta spagnola (e figuriamoci la concessione dell’asilo) sarebbe una sconfessione clamorosa per Rajoy; ma anche la consegna di Puigdemont a Madrid non sarebbe un successo, se non di breve portata: che lo sia o no, Puigdemont diverrebbe il perseguitato politico più popolare d’Europa, sostituendosi, nell’immaginario mediatico, ai nordirlandesi rinchiusi nelle carceri della Corona, senza neppure il loro debito di sangue. E il Rajoy che oggi si fa forte in Europa della vicinanza di Angela Merkel potrebbe diventare un ospite imbarazzante in altre compagnie.

Ma anche il calcolo dei separatisti potrebbe rivelarsi lacunoso. La prospettiva di condanne a trent’anni di prigione (è l’intera dirigenza separatista a rischiarle) eccede di gran lunga la colpevole leggerezza con cui si sono inventati una indipendenza pretestuosa. Ma soprattutto, oltre a comportare un costo umano altissimo, annichilirebbe la forza del movimento mentre un processo di disincanto e di distacco dalle istanze autonomiste è già in corso. Dovuto questo a stanchezza, scoramento, timore, ravvedimento, frutto anche dell’inerzia implacabile con cui lo Stato spagnolo ha proseguito nel riprendersi pezzi di autonomia.

Non si sa come andrà a finire, ma si sa perché. La somma di due inadeguatezze (e di malafede) non poteva produrre una soluzione, se non di quelle in cui vengono sciolte le migliori intenzioni.

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