L'analisi
20.03.2018 - 06:000

Voglia di dittatura

Un fantasma si aggira per il mondo, lo spettro della dittatura.

Un fantasma si aggira per il mondo, lo spettro della dittatura. Sembrano ben lontani gli scenari di un trionfo delle democrazie liberali ipotizzati al momento della caduta del muro di Berlino dal politologo Francis Fukuyama nel suo celebre ‘La fine della storia e l’ultimo uomo’.

Il dirompente trionfo di Vladimir Putin, riconfermato in termini plebiscitari padre padrone della Russia almeno fino al 2026, travalica il contesto nazionale e sembra inserirsi in un consolidato trend globale. Strade dissestate, ospedali in condizioni precarie, corruzione dilagante non hanno intaccato l’esito del voto. E neanche pressioni e brogli possono inficiarne la portata. E lo stillicidio di avvelenati o morti ammazzati tra i ranghi degli oppositori dell’ex agente del Kgb? Prima di Sergei Skripal e la figlia tanti altri: Alexander Litvinenko ucciso dopo atroci sofferenze dal polonio nel 2006, Boris Berezovskij, l’oligarca trovato impiccato nel 2013, il suo assistente trovato impalato a una ringhiera, Boris Nemcov avversario di Putin ucciso da sicari 3 anni fa, e poi tanti giornalisti a cominciare da Anna Politkovskaja freddata 12 anni fa il 7 ottobre, giorno del compleanno del presidente. L’elettore russo è parso insensibile alle lunghe e inquietanti ombre di questa presidenza.

La Russia non ha certamente una tradizione democratica: dai tempi di Pietro il Grande vi è continuità in una concezione del potere che privilegia ‘grandeur’ e autoritarismo. Eppure, come Valdimir Kara-Murza, dirigente della Ong Open Russia sopravvissuto a due avvelenamenti (recentemente intervistato dalla Rsi), molti intellettuali speravano in una reazione d’orgoglio di stampo democratico. Così non è stato. Ha vinto la sindrome di accerchiamento, una tradizione consolidata dai tempi della Prima guerra mondiale.

Il caso Russia ripropone, mutatis mutandis, quanto già visto altrove. L’età dell’incertezza apertasi con l’accelerazione della globalizzazione e le sue derive neoliberali, ma anche con la fine del mondo bipolare, ha portato a un ripiegamento nazionalistico e un atteggiamento difensivo. Il sociologo Zygmunt Bauman aveva ben inquadrato, nel mondo della postmodernità, un movimento pendolare tra libertà e ricerca di sicurezza. È quest’ultima a contrassegnare questa inquietante fase della contemporaneità, dove malgrado un livello molto basso di conflitti aperti (mai nella storia ci sono state così poche guerre), i rischi di esplosione, con un’escalation nucleare avviata in particolare dagli Stati Uniti e dalla Corea del Nord, appaiono estremamente seri.

La democrazia arretra, aumenta l’attrazione per regimi autocratici o vere e proprie dittature: l’uomo forte è ormai celebrato ovunque, dalla Cina dove Xi Jinping, segretario del partito e presidente della Repubblica, ha ormai più potere del dittatore Mao, all’Ungheria delle frontiere blindate di Victor Orban, alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan con la sua feroce repressione interna e la sua ancora più spietata politica estera, fino all’espressione meno ortodossa, ma non per questo meno inquietante (anche se per alcuni osservatori, ‘da operetta’), dell’autoritarismo impersonata dal 45esimo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Resiste ancora nel portare alti i valori della democrazia liberale, il vecchio Occidente europeo, con in prima fila Germania, Francia o Regno Unito: ma anche qui il richiamo dei canti delle sirene populiste, a destra soprattutto – ma non unicamente –, ha cominciato a farsi sentire con crescente forza.

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