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11.10.2017 - 08:33
Aggiornamento: 15.12.2017 - 17:12
di Erminio Ferrari

Oltraggio alla Catalogna

Una dichiarazione di indipendenza abbozzata a mezza voce e subito sospesa è una sconfitta per l’indipendentismo. E neppure servirà a salvare Carles Puigdemont e quel po’ di autonomia di cui gode la Catalogna dalla reazione di Madrid.
Se infatti la seduta del parlamento catalano doveva essere ricordata, nelle intenzioni dei separatisti, come un appuntamento con la storia, il suo esito sembra piuttosto aver certificato la fine di una spinta che per avere sovrastimato la propria forza si è esaurita. L’indipendentismo catalano, questo indipendentismo e i suoi rappresentanti hanno dato ciò di cui erano capaci: illusioni, manipolazioni del discorso storico, pretese di “diversità genetica” e di superiorità sul resto della detestata Spagna. E il prodotto di tanto sforzo è stata la propria rovina. Che non sarebbe neppure il peggiore dei mali, se non trascinasse con sé una Catalogna che meritava altro. Sarà dunque stato per timore, o forse per “senso di responsabilità”, o per la coscienza di averla fatta grossa: non possiamo sapere che cosa è passato per la testa di Puigdemont, ma le sue non erano le parole di un vincitore. La firma apposta in calce alla “dichiarazione” un obbligo da adempiere, coraggiosamente, forse, ma invano.
Nel rivolgersi all’assemblea catalana, il President ha dichiarato, con una formula ben poco chiara, di assumere, sulla scorta dell’esito referendario, “il mandato del popolo perché la Catalogna si converta in uno Stato indipendente in forma repubblicana”. Sospendendo tuttavia “la dichiarazione di indipendenza per avviare il dialogo”.

Puigdemont era del resto chiamato a compiere un miracolo per salvare la faccia dell’indipendentismo, ma l’intelligenza di cui pur dispone non gli è bastata. Lo testimoniano i musi lunghi dei deputati della sinistra rivoluzionaria che pure appoggiano il suo governo, e che avrebbero voluto una dichiarazione di indipendenza incondizionata; e, specularmente, l’interpretazione data al suo discorso dal governo di Mariano Rajoy: le parole di Puigdemont sono una dichiarazione di indipendenza e Madrid reagirà di conseguenza.

Una reazione presumibilmente sovradimensionata, perché non si può negare che Rajoy vorrà prendersi una rivincita esemplare, e perché alcuni riflessi “franchisti” non sono ancora del tutto scomparsi dal suo partito. Prima di un qualsivoglia “dialogo” (la cui richiesta pone già Puigdemont in posizione di debolezza) la Madrid che salutava gli agenti della Guardia Civil inviati in Catalogna invitandoli a “suonargliele” vorrà assicurarsi che Barcellona non sia più in grado di nuocere.
È una terminologia cruda, ma non esagerata. La radicalizzazione del confronto, cercata da entrambe le parti, ha tacitato le voci che per anni hanno cercato di ricondurre al rispetto reciproco la dialettica ispano-catalana. A un’astorica (e infetta, come tutti i nazionalismi) pretesa separatista, Rajoy e i governi conservatori prima del suo hanno opposto uno stolido atteggiamento di negazione non solo delle ragioni, ma dell’esistenza stessa di un fenomeno comunque non estraneo alla vicenda della Spagna.

Non è più ormai una questione di “dialogo”, ma di disporre di un esercito e un apparato repressivo. Nella prova di forza in cui Puigdemont e i suoi si sono sventatamente avventurati trascinando con sé una pur importante minoranza di catalani, il vantaggio è tutto di Madrid. Potevano, dovevano saperlo. Il peggiore “omaggio alla Catalogna” è venuto da loro.

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