L'analisi
26.06.2015 - 11:000
Aggiornamento : 15.12.2017 - 17:09

Tracce per una politica industriale

Il mondo dell’impresa si divide in due parti, distinte ma complementari. La prima riguarda tutto quanto accade al proprio interno. Secondo la teoria tradizionale l’impresa persegue la massimizzazione del profitto, seguendo valutazioni tecniche quali i costi medi e i costi marginali; insomma una specie di scatola nera dove tutto è ottimizzato. In realtà, spesso la direzione cerca di trovare la soluzione migliore a dipendenza delle contingenze. Questo chiaramente non significa che non esiste una contabilità dettagliata, ma che la conduzione di un’impresa è più complessa di quanto vorrebbe la teoria e sicuramente meno scientifica. Ma non è questa parte del mondo dell’impresa che ci interessa, anche perché la politica industriale può ben poco per migliorare la conduzione dell’azienda.
Quello che ci interessa è invece il mondo esterno, l’ambiente all’interno del quale deve agire e possibilmente crescere. Tecnicamente si chiamano economie di scala esterne che possono essere positive o negative. Sono negative quando il “sistema paese” genera costi e svantaggi all’attività dell’impresa (ad esempio, strade intasate o servizi inefficienti), mentre sono positive quando esso può trarre vantaggio proprio dall’operare in un ambiente produttivo positivo.
Fatta questa premessa, iniziamo a pensare a come potrebbe essere una politica industriale in Ticino. Il problema, relativo, è che la struttura produttiva cantonale è differenziata, composta nella maggior parte dei casi da attività artigianali e piccole imprese, che operano a livello locale e quindi il loro raggio d’azione è relativamente ristretto e storicamente definito. Per queste imprese non ci sono ampi margini di manovra, se non alcune forme di sostegno nell’accesso agli investimenti o nella formazione di personale qualificato. Più complessa è la situazione delle imprese medio-grandi, che hanno un mercato di sbocco vasto, in alcuni casi anche al di fuori dei confini nazionali.
Il problema della politica industriale ticinese è semplice: essa è quasi inesistente. Fatta eccezione per programmi come Copernico – i cui risultati sono vaghi – o le solite strategie riguardanti aliquote fiscali sempre più basse, il resto è più che altro una navigazione a vista nonostante esista, ad esempio, una legge sull’innovazione tecnologica (in revisione).
Con il restringimento della piazza finanziaria, e con la dismissione delle regie federali, diventa invece vitale programmare una politica industriale sul medio-lungo periodo, perché l’alternativa è la crescita di un tessuto produttivo – come successo negli ultimi dieci anni – eterogeneo, debole e con probabilmente disfunzioni economiche importanti.
Primo passo
Il primo passo da compiere dovrebbe essere quello di studiare a fondo le imprese che funzionano, che sono competitive sul mercato nazionale e/o internazionale. La Svizzera, ma anche il Ticino, dispone di numerose società che sanno essere competitive sul lungo periodo, indipendentemente dalle contingenze economiche. È quindi indispensabile capire come agiscono, come pianificano la loro politica aziendale, ed eventualmente di che cosa necessitano per migliorare ulteriormente la loro posizione. Chiaramente chiederanno, di primo acchito, nuovi sgravi fiscali, ma è anche probabile che per diverse di queste non sia il problema principale. Possiamo immaginare che la loro competitività sia generata dalla capacità di produrre beni a elevato valore aggiunto, che innovano, che impiegano manodopera qualificata con la quale intrattengono buoni rapporti, che sappiano muoversi sui mercati alla conquista dei clienti. Tuttavia comprendere nel dettaglio i “loro segreti” potrebbe essere molto utile per capire come lo Stato possa muoversi per migliorare ulteriormente la loro competitività.
Secondo passo
È indispensabile definire i settori e le attività sulle quali puntare in futuro, non a parole ma con misure reali e concrete. Si tratta di un esercizio complicato perché è necessario trovare un equilibrio tra le varie attività, che garantisca al contempo competitività e occupazione. L’ideale sarebbe puntare solo su settori in grado di generare elevato valore aggiunto, ma naturalmente non è un obiettivo realistico. La soluzione più corretta potrebbe essere quella di adottare due strategie diverse: la prima consiste nello scegliere appunto i settori a maggiore potenziale di crescita, la seconda, nell’implementare le strutture a sostegno dei settori meno competitivi ma comunque importanti per l’economia locale.
Scegliere le attività a maggiore valore aggiunto è relativamente semplice, anche perché esistono analisi regolari effettuate sia dall’Ufficio federale di statistica sia da istituti privati. In sintesi possiamo rifarci – solo per far capire qual è la tendenza – a un articolo apparso su ‘La Vie économique’ del 5.2012, intitolato “Les moteurs de croissance de l’industrie suisse”. Dopo aver esaminato gli sviluppi dell’economia svizzera tra il 1997 e il 2010, le conclusioni sono che: “La crescita più dinamica è stata registrata nelle sezioni dove la tecnologia, la conoscenza e le innovazioni giocano un ruolo essenziale, come nell’industria elettronica e degli strumenti di precisione (di cui fanno parte l’industria orologiera e la tecnica medica), l’industria chimica e farmaceutica o la costruzione di veicoli. All’altro estremo abbiamo settori ad alta intensità di manodopera, come l’industria tessile e dell’abbigliamento” (p. 11). Inoltre, come si diceva sopra, lo studio conferma che la forza dell’industria elvetica risiede soprattutto e in maniera crescente nella qualità del prodotto e molto meno in vantaggi in termini di prezzo.
Quindi, relazionando i settori trainanti a livello nazionale con la nostra situazione in questi comparti, non dovrebbe essere difficile identificare i settori sui quali puntare nei prossimi anni.
I due grafici (vedi sopra) confrontano l’evoluzione dei settori in base alla manodopera e mostrano come non vi siano differenze sostanziali a parte casi particolari come l’immobiliare o costruzioni, che sembrano sovradimensionati, ma che non rappresentano un problema per l’impostazione di una politica industriale di lungo periodo. Quindi, se va bene a livello nazionale, dovrebbe funzionare anche in Ticino. La sfida risiede proprio nel costruire i presupposti pubblici affinché le imprese possano operare nelle migliori condizioni possibili.
Naturalmente non si possono tralasciare le imprese “tradizionali”. Come detto, per le imprese artigianali e di piccole dimensioni, indirizzate al mercato locale, non vi sono grandi spazi di manovra, se non fornire loro i servizi dei quali potrebbero aver bisogno, come le consulenze agli investimenti, al passaggio di proprietà o allo sviluppo di nuovi prodotti più competitivi. Qui un ruolo più attivo potrebbero averlo BancaStato e la Supsi, ma non con interventi puntuali ma con programmi definiti sul medio-lungo periodo.
Terzo passo
Abbiamo già visto che il mondo esterno alle imprese è centrale per il loro successo. Il Ticino, negli ultimi anni, ha focalizzato l’attenzione soprattutto sulla competitività fiscale, generando probabilmente più problemi che soluzioni, attirando aziende intenzionate a sfruttarne il vantaggio, che sommato alla possibilità di utilizzare manodopera frontaliera a basso costo, hanno generato delle diseconomie per l’intero sistema.
I passi da compiere per migliorare il sistema produttivo non si possono sviluppare in questa sede, anche perché richiedono analisi complesse. In sintesi però la strada da percorrere dovrà essere quella di ottimizzare l’incontro tra domanda di lavoro e formazione, migliorare l’accesso al capitale e agli investimenti e soprattutto incrementare la collaborazione tra pubblica amministrazione e imprese. Quest’ultimo punto può invece essere brevemente sviluppato. In primo luogo è necessario eliminare preferenze politiche e/o partitiche, rendendo i concorsi pubblici più trasparenti, ridurre drasticamente i tempi per le pratiche amministrative e migliorare la formazione dei dipendenti che si occupano della politica industriale. Quest’ultimo è un tema complesso che non deve essere inteso con il velocizzare i tempi per costruire nuovi capannoni che non fanno altro che deturpare il paesaggio, ma semplicemente che – una volta definiti i settori da favorire – i tempi d’implementazione devono essere drasticamente ridotti. Per intenderci – riprendo un esempio che ho già proposto diverse volte – la nuova sede dell’Irb i cui tempi di realizzazione stanno diventando ridicolmente lunghi.
Un altro prototipo di disfunzione può essere il Piano energetico cantonale, che rappresenta un documento importante per il futuro del cantone, ma che, dopo la presentazione in pompa magna, è rimasto al palo di partenza. Questo è un ottimo esempio di cosa non si dovrebbe fare. Lo studio è completo, interessante e molto ben strutturato, la politica l’ha adottato, ma poi non si sono intraprese le necessarie strade per attualizzarlo in tempi ragionevoli. Anzi, come nel caso della regolamentazione per la remunerazione dei piccoli impianti fotovoltaici, si è andati nella direzione opposta. Lo stesso discorso vale per la filiera del legno, che potrebbe rappresentare un buon veicolo per la creazione di posti di lavoro nelle zone periferiche, ma che procede troppo a rilento e secondo percorsi ben poco dinamici e competitivi.
Conclusioni
Durante la campagna elettorale è stata avanzata dal Ppd la proposta di creare una commissione politica per discutere della situazione economica del cantone, mentre il presidente del Plr ha prospettato un piano Marshall per il quadriennio in corso: buone idee, ma che bisogna concretizzare. Se si vuole migliorare la competitività economica del cantone bisogna, come primo passo, elaborare un piano di politica industriale/economica sul lungo periodo, qualche cosa del tipo del famoso studio del prof. Kneschaurek, del lontano 1964, “Stato e sviluppo dell’economia ticinese: analisi e prospettive”. Oggi, però, la complessità del mondo economico richiede un’analisi pluridisciplinare, con esperti di vari settori, in grado di identificare le linee guida per i prossimi anni. Solo in seguito la politica dovrà intervenire per definire gli strumenti di attuazione. Una sfida che il Ticino, e la sua classe politica, non può permettersi di non assumersi.

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