ULTIME NOTIZIE Opinioni
Commento
1 gior

L’arte della supercazzola, dal Mascetti a TiSin

L’associazione padronale Ticino Manufacturing si sfila dalle sue stesse oscenità, con un comunicato piuttosto surreale
Commento
1 gior

Ueli Maurer, lo statista riluttante

Da artefice dell’ascesa dell’Udc a consigliere federale e rispettato ‘tesoriere’. Il suo ritiro chiude un cambio generazionale nel primo partito svizzero.
Commento
2 gior

Quando la bomba scoppia in mano all’artificiere

Tutti i non sentito dire dei piani alti dell’amministrazione cantonale: dall’ex funzionario del Dss al direttore di scuola media
Commento
3 gior

La rivoluzione contro il velo

Le donne in piazza con coraggio dopo la morte di Mahsa Amini, colpevole di avere un hijab messo male. Il regime però ha risposto con il pugno duro
Commento
4 gior

Cassa malati, sogno (o chimera) di un pomeriggio autunnale

L’annuncio dei premi 2023 è senz’altro un brutto risveglio. Abbondano le motivazioni che spiegano la stangata, mancano le soluzioni
Commento
5 gior

Con la candidatura di Marchesi, a destra parte la bagarre

Se il presidente Udc verrà eletto in governo, sarà a scapito di un seggio leghista. La Lega dovrà difendersi anche dagli ‘amici’, che però corrono veloce
Commento
5 gior

L’era del tofu merluzzato

Gli italiani disposti a provare qualsiasi cosa pur di vedere un cambiamento. Ma il cambiamento, finché ci saranno Casini e i suoi emuli, pare impossibile
Commento
6 gior

Un’onda nera sull’Italia

L’analisi di Aldo Sofia dopo il voto che ha visto trionfare Giorgia Meloni
Commento
6 gior

Dal ‘sì’ ad Avs 21 segnali chiari alla politica

No a un ulteriore aumento dell’età di pensionamento, no a riforme a scapito delle donne meno abbienti, avanti con quella del secondo pilastro
Commento
1 sett

Zanchi, Bossalini, la malerba e la capacità di rimanere zen

Nella battaglia politica che si combatte attorno al Corpo di polizia di Locarno, la fretta è cattiva consigliera per capodicastero e comandante
La formica rossa
1 sett

Bum! Bal(l)istica elettorale

L’ennesima trovata di Nussbaumer e No Vax assortiti preferisce non prendere le armi, ‘per intanto’
Commento
1 sett

La metamorfosi del franco: da kriptonite ad acquasanta

Di fronte al rialzo dei tassi deciso dalla Bns potremmo ripetere: ‘Jusqu’ici tout va bien’. Ma il problema non sta nella caduta, bensì nell’atterraggio
il commento
1 sett

Il grande ricatto di Putin

Con la mobilitazione parziale la guerra entra in casa di milioni di russi. Washington è convinta che il tempo giocherà contro il leader del Cremlino
Commento
1 sett

Valera è la cosa giusta

Tagliare il traguardo del Puc ha richiesto tempo e coraggio. Anche quello di resistere alle lusinghe delle lobby
Commento
1 sett

Rito dunque sono

Siamo in molti a lasciarci suggestionare dal rituale del saluto alla Regina per la sua capacità di stimolare un senso di riconoscimento trasversale
Commento
1 sett

Putin: troppo piccolo per il Grande Gioco

Il summit di Samarcanda ha rivelato tutte le crepe nelle relazioni tra la Russia, la Cina e gli altri aspiranti a un ‘nuovo ordine mondiale’
Commento
2 sett

Erdogan e il gioco delle tre carte

Erdogan si schiera ambiguamente un po’ con tutti, a seconda di quel che gli conviene. Un equilibrismo che nasconde nuove mosse, anche in Europa
NAUFRAGHI.CH
03.04.2022 - 21:23
Aggiornamento: 04.04.2022 - 12:58

Putin, la favola di Fedro e il film di Ferreri

Cosa c’è di vero nelle tre principali motivazioni con cui il neo-zar giustifica l’invasione dell’Ucraina? Praticamente nulla

di Martino Rossi
putin-la-favola-di-fedro-e-il-film-di-ferreri
(Depositphotos)

Putin conosce certamente la favola di Fedro "Il lupo e l’agnello". L’ha riesumata per giustificare la sua "operazione militare speciale" in Ucraina. Il lupo, che sta a monte di un ruscello, accusa l’agnello, a valle, di sporcargli l’acqua. Un pretesto per mangiarselo. Il mantra in tre frasi che dal 24 febbraio sentiamo anche da noi – rivestito del nobile intento di "capire le ragioni della Russia" – proviene direttamente dal Cremlino. La Nato minaccia mortalmente la Russia perché si è allargata a est. Il golpe "Euromaidan" del 2014 a Kiev, ordito dalla Nato e dall’Ue, ha instaurato un regime nazista. Questo persegue un genocidio etnico nel Donbass.

Riprendiamo le tre frasi del mantra, ovvero i tre torti dell’agnello cattivo al povero lupo che hanno costretto la Russia, per motivi di sicurezza e umanitari, a intervenire per smilitarizzare l’Ucraina, denazificarla, salvare dal genocidio i russofoni del Donbass.

Nato. Nel 1991 l’Urss e il Patto di Varsavia implodono. Non per un attacco della Nato ma per la disastrosa gestione centralizzata dell’economia e della politica e per la catastrofica occupazione dell’Afghanistan (1979-1989), oltre che per il crollo del muro di Berlino. I tre principali Stati già satelliti dell’Urss (senza la Ddr già aggregata alla Germania occidentale) chiedono l’adesione alla Nato. Si sentono minacciati anche dalla nuova Federazione Russa che si era assicurata tutte le armi nucleari dell’Urss, comprese quelle dispiegate in Ucraina, cui la Russia garantisce di rispettare l’indipendenza e l’integrità territoriale ottenendo in cambio anche di rimanere a Sebastopoli (Crimea) con la sua flotta del Mar Nero. I tre Stati sono ammessi già nel 1991: l’Ungheria (memore di Budapest 1956), la Repubblica Ceca (memore di Praga 1968) e la Polonia, memore del golpe militare del 1981 che il generale Jaruzelski aveva motivato con la necessità di evitare l’invasione sovietica, oltre che di reprimere gli operai guidati da Solidarnosc. Solo nel 2004 la Nato accoglie, su loro richiesta, le ex repubbliche sovietiche di Lituania, Lettonia ed Estonia sconvolte dalla brutalità della Russia contro i separatisti della Cecenia, sua provincia. Nel medesimo anno, due altri ex Stati satelliti (Romania e Bulgaria) aderiscono all’Alleanza Atlantica, mentre ne rimangono fuori, fra le altre, le ex repubbliche sovietiche di Bielorussia, Moldavia, Georgia e Ucraina. La prima rimane legata alla Russia grazie al dittatore Lukashenko. La seconda è uno Stato neutrale, di cui la Russia appoggia una "repubblica" separatista, la Transnistria. La Georgia è invasa dalla Russia nel 2008 in appoggio ai separatisti dell’Abkazia e dell’Ossezia del sud. L’Ucraina è invasa parzialmente dalla Russia già nel 2014: le sottrae la Crimea e arma il movimento separatista del Donbass.

Ogni commento è superfluo. Alla domanda se sia la Nato che aggredisce la Russia o la Russia che aggredisce le ex repubbliche sovietiche non affiliate alla Nato rispondono i fatti. Alla domanda del perché queste repubbliche desiderano aderire alla Nato, la risposta è ovvia.

Golpe "Euromaidan 2014". La Russia offre gas a prezzi stracciati e altri benefici all’Ucraina e al suo presidente Janukovyc, un oligarca corrotto, purché interrompa i negoziati per l’associazione dell’Ucraina all’Ue (non alla Nato). Lui cede al ricatto e centinaia di migliaia di ucraini che si sentono traditi si alternano sulla Piazza Maidan per tre mesi (2013-14), chiedendone le dimissioni. Fra questi anche ultranazionalisti e russofobi che si richiamano sciaguratamente a quelli che si erano associati ai nazisti illudendosi di poter creare uno Stato ucraino indipendente sulle macerie dell’Urss invasa da Hitler. Janukovyc fugge in Russia. Gli succede Poroshenko, altro oligarca corrotto, battuto nel 2019 da Zelensky (74% dei voti), ebreo ucraino di lingua madre russa. Nazista anche lui e pericolo mortale per gli ucraini russofoni? Semplicemente grottesco…

Genocidio etnico nel Donbass. Approfittando del caos seguito alla cacciata di Janukovyc, la Russia, dopo essersi presa la Crimea dove non ha incontrato resistenza, invia uomini e armi nel Donbass per sostenere i separatisti. Questa volta l’Ucraina non ci sta e reagisce inviando lì anche il battaglione Azov, che include gli ultranazionalisti di cui si è già detto. Il conflitto fra i separatisti e il governo ucraino non è però un conflitto etnico e linguistico: dovrebbero capirlo i portavoce comunisti dell’anticomunista Putin, se solo utilizzassero i rudimenti dell’analisi marxista. Il Donbass (carbone, acciaio…) prosperava nell’ambito del complesso militare-industriale sovietico ed è ancora legato al mercato russo più che a quello dell’Occidente. I governi ucraini non riescono a elaborare una politica economica e regionale di modernizzazione, riconversione, diversificazione benefica per l’intero paese, anche perché gli oligarchi competono per i loro interessi: più legati alla Russia quelli del Donbass, all’Occidente gli altri. La Russia utilizza la politica commerciale ed energetica per impedire l’integrazione dell’Ucraina nell’economia e nelle istituzioni europee, esasperare le contraddizioni fra est e ovest del Paese, confortare l’idea che la separazione dal resto della nazione è per il Donbass la scelta più conveniente e addirittura obbligata. Su questo conflitto d’interessi si innesta poi, come per tutti i separatismi, la dimensione etnica, linguistica, culturale, religiosa…

Per concludere. Capire le ragioni della Russia è necessario, se si capiscono però quelle dell’Ucraina. Le veline del Cremlino non aiutano. Servono solo a legittimare le accuse del lupo all’agnello e le brame del primo. Un boccone succulento (Crimea) se l’è già preso. Un altro lo cerca da otto anni (Donbass). Per assicurarsi il più consistente (intera Ucraina) deve prima triturarlo con missili, bombe e carri armati. Putin e i suoi sostenitori dovrebbero però sapere che d’ingordigia si può anche morire. Gioverebbe loro vedere o rivedere un grande film e meditarlo: s’intitola "La grande abbuffata" (Marco Ferreri, 1973).

Questo contenuto è stato pubblicato grazie alla collaborazione con il blog naufraghi.ch

Potrebbe interessarti anche
© Regiopress, All rights reserved