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30.08.2021 - 05:300
Aggiornamento : 14:46

A letto col nemico in Afghanistan

L’Occidente deve decidere se, quanto e come aiutare i ‘talebani buoni’, ex implacabili nemici. Breve storia del ‘cortocircuito jihadista degli Stati Uniti’

Per l’odierno, smarrito e indebolito inquilino della Casa Bianca (Joe, anatra zoppa) si vedrà se sulla distanza prevarrà la ‘sindrome Reagan’, uscito politicamente indenne dalla strage di 241 marines a Beirut nell’ottobre ’83; oppure se sarà inchiodato dalla ‘sindrome Carter’, coperto da irrisolvibile impopolarità dalla vicenda degli ostaggi americani detenuti nell’ambasciata di Teheran e dal disastroso, fallito blitz per liberarli (aprile 1980). Intanto Biden indossa l’elmetto di ‘commander in chief’, fa partire il drone della prima ritorsione contro gli attentatori di Kabul, debutto non molto convincente della missione “uccidiamoli tutti” i responsabili della carneficina (più di 150 civili afghani, fra cui molti bambini, più 13 marines dilaniati dalle bombe dei kamikaze). Per la verità, la caccia a quelli dell’Isis-Khorasan, che della mattanza si son fatti vanto, è in corso da tempo. Addirittura, sul terreno, con una documentabile anche se inefficace collaborazione fra americani e talebani, sottotraccia già prevista negli accordi di Doha su tempi e modi del ritiro militare risoltosi in umiliante fuga. Intesa confermata a Kabul nell’incontro di lunedì scorso tra il direttore della Cia, Burns, e il leader degli studenti coranici, Baradar; subito dopo i servizi Usa preannunciarono data e punto precisi delle esplosioni.

La collaborazione fra i due ex nemici era dunque già operativa, ultima tappa (ma non conclusiva) di una brutta vicenda storica durata quattro decenni, e definita anche il ‘cortocircuito jihadista degli Stati Uniti’. Iniziato con l’America che finanzia e arma (attraverso gli alleati saudita e pakistano) i mujaheddin fondamentalisti islamici, in lotta contro l’occupante Armata Rossa, ma allora li chiamavamo ‘combattenti della libertà’ ed erano così utili all’indebolimento risolutivo dell’impero sovietico. Proseguito, quel cortocircuito, con al-Qaida e Bin Laden (illustre famiglia saudita, in affari con gli americani) che ricambiano il sostegno statunitense colpendo il ‘santuario’ territoriale americano con l’attentato multiplo dell’11 settembre. Continuato con l’improvvido e fallimentare intervento militare in Iraq (con la bugia delle armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein) e la conseguente nascita dello Stato Islamico, la cui culla fu appunto il collassato paese ‘fra i due fiumi’ mesopotamici. E infine approdato (saltando infelici tentativi dalla Siria alla Libia) all’esito disastroso del conflitto in Afghanistan.

Dove molti speravano che a questo punto sarebbe stato utile puntare sull’‘ordine talebano’, nella speranza di evitare la nascita di una nuova piattaforma jihadista globale, capace di colpire ovunque. Ma ci si accorge, oggi, che forse gli ‘studenti coranici’ non sono abbastanza forti e organizzati per imporre la loro dittatura islamo-nazionalista contro nemici interni (e ispiratori esterni) che li considerano religiosamente impuri e politicamente contagiati. Così scopriamo che, paradossalmente, esisterebbero talebani buoni e altri che non lo sono affatto. E l’Occidente deve decidere se i primi, gli ‘studenti coranici’, vadano aiutati, e quanto, e come, dopo essere stati i suoi implacabili nemici, e il regno di ogni barbarie. Insomma, a letto col nemico. Del resto, le stesse democrazie che puntano l’indice contro Russia Cina Iran per il mancato rispetto dei diritti umani sono costrette ad appellarsi a queste nazioni antidemocratiche sperando che siano i ‘calmieri’ di Kabul e terra di rifugio per centinaia di migliaia, forse milioni, di altri rifugiati; profughi che (tranne il minimo sindacale, e di decenza) non accoglieremo in questa parte del mondo.

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