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laR
 
11.06.2021 - 05:30
Aggiornamento : 11:51

Emozioni, ‘normali’ emozioni

Si apre stasera a Roma con Italia-Turchia un Europeo che per quanto ancora condizionato dalla pandemia, rappresenta un importante passo verso la normalità

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Gioire o soffrire, vincere o perdere, importa davvero? Forse no, non stavolta. Non per questo Europeo, che per quanto di normale abbia ben poco visto che è già di suo nato per essere speciale, paradossalmente proprio verso la normalità vorremmo tutti che ci portasse. Quella normalità strappata e dilaniata da un virus capace di stravolgere le abitudini di una società che dopo essersi difesa, è ormai passata al contrattacco e sta cercando di riprendersi un poco alla volta le sue certezze e per certi versi anche la sua leggerezza. In questi termini, la rassegna continentale che si apre oggi a Roma ma che in realtà quest’anno più che mai abbraccia l’Europa intera, rappresenta un ulteriore passo verso quella tanto agognata normalità. Nuova o vecchia che sia.

Euro 2020 è rimasto Euro 2020, anche se si giocherà nel 2021. Per questioni di marketing ed economiche, certo, ma simbolicamente anche perché non ha voluto arrendersi al “nemico”. L’Uefa ha preso il suo gioiellino – anzi gioiellone visto che parliamo di un evento capace di generare una cifra d’affari di oltre 2 miliardi di euro – e l’ha messo nel cassetto, in attesa di rispolverarlo un anno più tardi. Il vero atto di forza e di coraggio (per taluni più incoscienza, il tempo dirà chi ha ragione) è stato però mantenere la formula iniziale, pensata nel 2012 dall’allora presidente del massimo organismo del calcio europeo Michel Platini per festeggiare i 60 anni – diventati ormai 61 – del torneo per nazionali nato verso la fine degli anni Cinquanta dall’idea dell’ex arbitro e dirigente calcistico francese Henri Delaunay. Non una, non due, bensì ben 12 nazioni ospitanti, per portare la festa, la gioia, la spensieratezza in giro per l’Europa unita. Già, in giro, proponendo un concetto di rassegna itinerante che un po’ stride con le limitazioni di movimento degli ultimi tempi, ma che proprio per questo vuole lanciare un segnale forte.

Così come lo è stato il fatto di aver adattato concetti e regolamenti (ad esempio l’allargamento delle rose e la possibilità di effettuare fino a cinque sostituzioni) giocando d’anticipo per cercare di contrastare un avversario che dopo aver costretto Dublino e Bilbao a gettare la spugna e le undici città rimanenti a riempire non oltre il 50 per cento i propri stadi – eccezion fatta per la Puskás Aréna di Budapest che potrà essere piena e accogliere quindi 61’000 persone –, prova a insinuarsi anche (ancora) negli spogliatoi e a rompere, come ha fatto con le nostre vite, gli equilibri delle 24 squadre che si contenderanno il titolo di regina d’Europa.

Sarà il Portogallo di CR7 a difendere quel trofeo conquistato cinque anni or sono, o la Francia campione del mondo si prenderà la rivincita? Sarà la volta della consacrazione del Belgio, o alla fine vince davvero sempre la Germania? Arriverà il colpo di coda della Spagna, o largo alle giovani Inghilterra, Olanda e Italia? E la Svizzera, che proprio gli Azzurri affronterà nel suo secondo impegno in un derby che promette scintille? Per talento e maturità, la selezione di Petkovic presenta uno dei mix potenzialmente più interessanti degli ultimi anni, ma è accompagnata anche da alcuni punti interrogativi come i minuti nelle gambe (e nella testa) di alcuni elementi chiave – Shaqiri in primis – e l’inadeguatezza di un capitano, Xhaka, che dovrebbe essere tale fuori dal campo ancora prima che dentro.

Poi, lo abbiamo detto, l’importante è tornare a vivere certe emozioni, se di gioia o di sofferenza (sportiva) stavolta conta relativamente. Anche se potendo scegliere...

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