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25.11.2020 - 06:000
Aggiornamento : 12:24

Non siamo oggetti, basta brutalità contro le donne!

La violenza domestica uccide più della strada, una piaga sociale che divora generazioni. Inizia prima dello schiaffo, negando ad esempio la parità salariale

Pensa di amarla e le toglie la vita. Allucinazioni d’amore, se c’è violenza, non c’è affetto. Ogni due settimane una donna viene uccisa in Svizzera tra le mura domestiche. Un nido sicuro diventa un inferno. Cifre allarmanti che non rendono giustizia alla reale piaga della violenza domestica: la polizia interviene in Ticino in media ben tre volte al giorno. Gli agenti lo scorso anno hanno allontanato dal contesto familiare ben 183 uomini. In qualche raro caso ad alzare le mani sono le donne, ma di regola a subire botte, insulti, umiliazioni, minacce, violenze sessuali sono madri, mogli, compagne, sorelle. La violenza coniugale uccide più del tabacco e della strada. Purtroppo il quadro (ahimè!) non è completo, perché tante subiscono e stanno zitte, forse perché non vedono vie di uscita. Eppure le soluzioni ci sono, le violenze vanno segnalate. Lo diciamo con forza in questa giornata internazionalmente dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne: ‘Non subite in silenzio, non lasciatevi ridurre ad un oggetto da controllare e violare. Il tutto magari davanti ai vostri figli!’.

Violenza chiama violenza. I danni sono esponenziali. Quanti minori assistono impotenti e rischiano di assorbire una cultura della violenza che li segnerà per la vita, trasformandoli, magari, in adulti che menano le mani.

Gli effetti a cascata sono enormi. Infatti Confederazione e Cantoni sono corsi ai ripari, Berna ha deciso di potenziare lo scorso anno le misure contro la violenza sulle donne. Il Ticino da un anno ha una nuova figura (ricoperta da Chiara Orelli Vassere) di coordinatrice istituzionale per la violenza domestica al Dipartimento delle istituzioni. Si sta mappando la problematica per capirne diffusione, bisogni e lacune, così da elaborare un piano di azione cantonale per attuare la Convenzione di Istanbul (dal 2018 in Svizzera è in vigore la Convenzione del Consiglio d’Europa su prevenzione e lotta contro la violenza sulle donne e violenza domestica). Gli obiettivi sono quattro: prevenire, proteggere le vittime, perseguire gli autori, avere politiche coordinate.

Qualche passo è stato fatto, ad esempio, curare gli aggressori. Se loro imparano a controllarsi, avremo meno vittime. Grazie a nuove disposizioni del Codice penale svizzero il procuratore pubblico può ordinare – sospendendo il procedimento per 6 mesi – la partecipazione dell’imputato (in caso di lesioni semplici, minacce) ad un programma terapeutico. Un modo per salvare il salvabile e rimettere in carreggiata una famiglia. In Ticino si aiuta l’aggressore a riconoscere e modificare i suoi comportamenti violenti. Berna sta anche valutando un bracciale per la sorveglianza elettronica a distanza dell’autore di violenza domestica.

Ma ancora: chi subisce deve sentirsi accolto e non sminuito da chi minimizza! Qui vanno migliorata la formazione e perfezionati i protocolli di chi è coinvolto in primis con le vittime. Tutte misure utili per contenere l’incendio, quando è già divampato.

La cura a lungo termine sarà creare gli anticorpi contro una cultura della violenza che purtroppo ci nutre da generazioni. La violenza inizia prima dello schiaffo, negando ad esempio la parità salariale. Come fa una donna maltrattata ad andarsene se non può mantenere lei e i suoi figli? Secondo il ‘World Economic Forum’, la disparità retributiva tra uomo e donna verrà colmata tra 257 anni. Qui ci vuole una pazienza infinita!

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