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21.11.2020 - 06:050
Aggiornamento : 06:50

Dio quanto ti odio (anche i quotidiani nel loro piccolo...)

(...s'incazzano) Il Giornale di Brescia ‘molla’ Facebook. ‘L’ora dei social è al tramonto’, commenta qualcuno. Ma lo dicevano anche del karaoke (maledetto Fiorello).

Mutuiamo il titolo da un vecchio libro di Gino e Michele, un cult dell’umorismo, per titolare di una storia che non fa esattamente ridere e per parlare di un quotidiano che rinuncia alla presenza sui social. Uno in particolare: Facebook. Le reazioni vanno da “Mi dispiace, mi teneva compagnia” a “Mi dispiace, mi teneva informata” a “Mi dispiace, sono un bresciano che vive all’estero” a “Ma siete in terapia intensiva?”, che detto a Brescia, città che sta nuovamente richiamando i suoi medici in pensione per accogliere i malati di altre città, non è esattamente umorismo alla Checco Zalone sui migranti che affogano a Lampedusa (che, anche quello, non è che brillasse poi così tanto).

“Ma siete in terapia intensiva?” è una carezza rispetto alla violenza che si è letta negli ultimi mesi sulla pagina Facebook del Giornale di Brescia, un quotidiano nato nel dopoguerra che ha pensato bene di mettersi in lockdown. Dallo scorso 2 novembre, la pagina esiste sempre ma non viene aggiornata. “Nell’attesa di una generale sanificazione della parola”, scrive la direttrice Nunzia Vallini in un editoriale dello scorso 17 novembre. Parole pesanti che hanno aperto a una discussione almeno nazionale (ne parliamo con lei a pagina 12). Colpa di “troppe parole in libertà, troppi insulti, troppo astio. E troppi profili fake (falsi) che se non generano notizie altrettanto false, si dilettano in manipolazioni neppure tanto dissimulate”.

Dal 2 novembre scorso, il popolo degli odiatori si è dileguato e a commentare l’ultimo post di Vallini sono pressoché solo gli affezionati. I toni più alti sono quelli di chi accusa il giornale di avergliela data vinta. Agli odiatori. “Bastava disattivare i commenti”, scrivono; e il giornale, ‘taggando’ ogni singolo interlocutore, risponde: “Gentile lettore, quella di disattivare i commenti su una pagina è un’opzione che avremmo volentieri considerato, se solo fosse stata prevista da Facebook”. Perché una volta si poteva; prima della progressiva privazione di privacy, prima che il meccanismo primordiale che regge i social – farci gli affari degli altri, che un po’ è anche quello che muove il giornalismo, ma con intenti più nobili – diventasse altro. Non fosse che è in carcere, di come si vincono le elezioni coi social avremmo chiesto a Steve Bannon (Come? L’hanno rilasciato su cauzione di 5 milioni di dollari il giorno dopo?).

Quelli del Giornale di Brescia non sono degli sprovveduti. Sono di Brescia. Sono quadrati. Oggi come oggi, almeno in Italia, per sanificare le pagine web di un quotidiano non basta un social manager, stratega della comunicazione oggi costretto a fare l’omino della disinfestazione, di quelli che ti aprono il cassonetto della tapparella quando hai le api in cucina che ronzano sui piatti sporchi. Oggi, oltre al social manager, a un giornale servirebbero anche uno psichiatra e gli avvocati di O.J. Simpson. “Condivido la scelta. L’ora dei social è al tramonto”, scrive un bresciano sotto l’ultimo post del suo giornale. Frase che a noi tanto ricorda gli inizi degli anni Novanta quando arrivò il karaoke. Prima che il giapponese Daisuke Inoue lo inventasse, nei locali c’era il pianista di pianobar. Gli chiedevi: “La sai quella lì?”, e lui ti accompagnava. Anche in un’altra tonalità, anche se eri stonato. E se eri il pianobarista, ti pagavano profumatamente. Poi arrivò il karaoke e qualcuno disse: “Ma non può durare, vedrai che tra un anno torna la musica dal vivo”.

Maledetti giapponesi. Maledetto Daisuke Inoue. Maledetto Fiorello. “L’ora dei social è al tramonto”, scrivono a Brescia. A noi sembra appena cominciata.


Daisuke Inoue, l'inventore del karaoke (Keystone)

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