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laR
 
17.11.2020 - 06:00
Aggiornamento: 10:46

Donald Trump non è pazzo, ma è pericoloso

Il rifiuto di ammettere la sconfitta è parte di una strategia del caos per alimentare il mito della 'vittoria rubata'. Con conseguenze poco rassicuranti

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(Twitter)

Perché fa così? Ci poniamo un po’ tutti questa domanda, mentre osserviamo Donald Trump che si rifiuta d’ammettere una sconfitta netta e inconfutabile. La tentazione sarebbe quella di giudicarlo folle; ma le diagnosi psichiatriche a distanza valgono poco, e soprattutto rischiano di travisare un piano che nasconde una certa razionalità.

Ora: Trump sa benissimo che il 20 gennaio, a mezzogiorno, il potere passerà a Joe Biden. Il margine della vittoria è netto, le cause legali non hanno alcuna possibilità di ottenere successi decisivi, nessun riconteggio ribalterà il risultato. La condotta di Trump non appare dunque come un estremo tentativo di restare davvero aggrappato al potere, quanto piuttosto come una deliberata exit strategy. Vuole andarsene seminando il sospetto delle elezioni rubate, per indossare poi la maschera della povera vittima per qualunque cosa vorrà fare in futuro: un nuovo impero televisivo, forse, o il consolidamento del suo ruolo nel dettare la ‘linea’ d’un partito nel quale non è più un outsider. I repubblicani assecondano a loro volta la narrazione del presidente uscente, non perché credano alle sue frottole, ma perché non vogliono passare per traditori di fronte ai 73 milioni di americani che l’hanno votato (col Senato ancora in bilico in attesa dei ballottaggi di gennaio, tra l’altro).

Non ci sarà un colpo di Stato, come paventano i più impressionabili, perché non è facile fare un putsch in una solida democrazia federale, nella quale il presidente non controlla le forze di polizia e i media hanno il coraggio di spegnergli il microfono all’ennesimo tentativo di diffondere falsità. Non ci sarà neppure un numero rilevante di legislativi statali che si rifiuteranno di convalidare i risultati, esponendosi all’ira dei concittadini. Ci sarà forse un aumento delle proteste di piazza, anche violente, che offrirebbero a Trump la possibilità di giocare per l’ultima volta all’uomo d’ordine; per questo inquietano i fanatici nominati nelle ultime ore in posti chiave della Difesa. Per ora, però, siamo lontani dal ferro-e-fuoco visto qualche mese fa. Ci sarà poi – anzi, c’è già – un passaggio dei poteri senza un’adeguata fase di transizione, con notevoli rischi per la continuità dell’amministrazione e la sicurezza nazionale.

Ma soprattutto resterà quella sorta di Dolchstoßlegende, il mito della pugnalata alle spalle, della volontà popolare calpestata. Veleno che circolerà per molto tempo nelle vene della politica americana, e di un partito già permeato da complottisti ed estremisti vari. Se il Senato dovesse rimanere in mano ai repubblicani, quella leggenda servirà a cementare e giustificare un ostruzionismo cieco, che a sua volta rischierà di paralizzare l’amministrazione Biden.

Più in generale, si consoliderà quel sistema di delegittimazione che già da tempo azzoppa l’ormai ex ‘nazione speciale’ e le sue istituzioni. Istituzioni che sempre più persone considerano una ‘palude’ e non più un magnifico esperimento di democrazia, come invece vorrebbe una percezione un po’ sciovinista, ma da sempre fondamentale per la tenuta e la vitalità del Paese. Trump non è pazzo, insomma, ma è molto bravo a fare impazzire il prossimo.

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