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14.11.2020 - 14:35

L'analfabeta, l'eroe e Papa Francesco

Una mente felice va conquistata abbattendo i muri che abbiamo dentro, l'egoismo ci avvelena, l'altruismo ci apre al mondo

l-analfabeta-l-eroe-e-papa-francesco
(Ti-Press)

Siamo andati fin sulla luna, ma siamo indifferenti alla sofferenza di chi ci sta accanto.“Siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più deboli delle nostre società sviluppate. Sintomi di una società malata, che vuole costruirsi voltando le spalle al dolore”. Sono le parole di Papa Francesco, che nella sua ultima enciclica sociale ‘Fratelli tutti’, tratteggia ‘le numerose ombre’ della nostra epoca, malata di egoismo e disinteresse per il bene comune. Profitto sulle spalle degli altri, disparità enormi, manipolazione della giustizia... la lista delle storture è lunga. Una società corrotta dentro che sembra correre verso la sua distruzione. A questa visione apocalittica, ‘Francesco’ contrappone la speranza, mostra la via d’uscita, parlando a tutti (credenti e non): ciascuno sappia essere quel buon samaritano che soccorre l’estraneo incontrato sulla strada, superando pregiudizi, interessi personali, barriere storiche e culturali. ‘Insieme’ ripete spesso il Papa. Solo ritrovando una dimensione comunitaria, si può far germogliare i semi per una società più solidale, fatta di persone che sanno mettere l’altro, prima di se stessi. Questi sono i veri eroi. La sfida è alta per una società analfabeta nella cura dell’altro. Pensiamoci un attimo. Perché un manager guadagna più di una badante? Perché accudire i più deboli è un’attività spesso relegata alle donne e poco pagata? Eppure ci si occupa di persone, tutti possiamo aver bisogno di cure. Lo facciamo con la nostra famiglia, ‘Francesco’ ci esorta a farlo anche con gli estranei. Perché mai dovremmo farlo? Per trovare la felicità, risponde fra Mauro Jöhri. Quello del Papa non è un appello moralistico (‘Siate buoni’), ma un invito a sperimentare che nella bontà pratica si scopre una dimensione di benessere. Lo dicono tanti volontari: ‘Ricevo più di quanto sto donando”. L'altruismo è una conquista. Ci si arriva abbattendo quei muri, che abbiamo dentro, innalzati, giorno dopo giorno, da una mente ossessivamente discriminante (io sono intelligente, tu sei ignorante; io sono ricco, tu sei povero; io sono cristiano, tu sei musulmano...) che va addomesticata. L’avversione avvelena la mente, i muri interiori diventano muri esteriori, ci isolano, ci chiudono, alimentando malessere interiore, divisioni e paure. Il terreno fertile per ansia, depressione che sono la vera pandemia della nostra società.

La prova è proprio sotto gli occhi di tutti. Siamo tutti sulla stessa malconcia barca. In un mondo globalizzato è bastato un minuscolo virus, per farci capire che dipendiamo l’uno dall’altro e ci si può salvare solo insieme, ciascuno superando la tentazione di girare lo sguardo, di ignorare le situazioni finché queste non ci toccano direttamente. Mentre c'è chi manifesta in piazza perché non vuole mettere la mascherina, gli ospedali vanno verso il collasso. Ciò riguarda tutti: nelle prossime settimane anche chi farà un grave incidente o un infarto, potrebbe non venir curato. Forse tuo figlio, tuo padre, tua sorella. La pandemia è una roulette russa per tutti. L’egoismo di uno può diventare il dramma di una famiglia. L’altruismo di uno può essere la salvezza dell’altro. Il bene della comunità prima del bene del singolo. Non è difficile da capire, ma è difficile da realizzare. 

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