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08.09.2020 - 06:100

Maltrattamenti? Vanno ascoltati

Dopo i fatti dell’asilo nido di Torricella-Taverne, interrogativi sui campanelli poco ascoltati e che ci vengono dai più piccoli.

Spintoni, modi bruschi e linguaggio inappropriato. A leggere le accuse parrebbe che il colpevole sia il solito ubriacone, il solito pallone gonfiato avvezzo ai soprusi sui più deboli, il solito (o la solita persona) che utilizza la violenza per ottenere attenzione o per far passare le proprie idee, se naturalmente di idee si può parlare in queste situazioni. Invece, no, protagoniste di atti tanto ignobili sono oggi due maestre. La cronaca ce lo ha fatto registrare nel finesettimana quando il Ministero pubblico, in un comunicato stampa, ha confermato l’arresto delle donne impiegate in un asilo nido di Torricella-Taverne. Educatrici, si dovrebbe dire in questi casi, ma, se le accuse saranno confermate, più aguzzine, diremmo noi. Perché non c’è reato più subdolo e grave di quello commesso sul corpo e sulla psiche dei più piccoli, soprattutto da chi, quei minori, avrebbero dovuto accudirli.

«Mi chiedo spesso come ho potuto affidare mio figlio a quell’insegnante...», è la testimonianza, sofferta e potente per sentimento, che raccogliamo da una mamma di un bambino anch’esso vittima di maltrattamenti anni fa in un’altra struttura. Parole che pesano come macigni sulla coscienza di questa madre che non ha alcuna colpa se non quella di essersi fidata, nel bisogno per motivi professionali, di chi, per titolo o abilitazione, si dichiarava dedito alla cura degli infanti. Casi, purtroppo, e sta qui il grosso interrogativo, che si fanno sempre meno ’mosche bianche’, e che non hanno risparmiato alcun distretto: Luganese (ricordiamo il caso di Collina d’Oro e di Lamone Cadempino), Bellinzonese (Arbedo), Mendrisiotto (Mendrisio) e Locarnese.

Diventare insegnante non può più dunque essere, per nessuno, una seconda scelta. Troppo importante e fondamentale è la cura e l’educazione dei minori, peraltro di pochi mesi e di pochissimi anni. Deve continuare a essere perciò quella che si chiama una vocazione, perché dedicarsi ai più piccoli significa impegnarsi in prima persona nella formazione e nella crescita degli adulti di domani. Senza nervosismo, senza alzate di voce, senza violenza. Altrimenti si è dei falliti, come maestri e maestre ma anche e soprattutto come uomini e donne. Ci chiediamo però se questa vocazione non possa essere riconosciuta dagli uffici competenti, dalle autorità preposte alle autorizzazioni di nidi e asili, da direttori o responsabili che si occupano dei colloqui di assunzione del personale... Del resto, per formazione e competenze, dovrebbero essere in grado di intercettare quei campanelli d’allarme capaci di evitare, poi, sofferenze e incubi ai bambini e alle loro famiglie. E soprattutto ci chiediamo se colleghi o inservienti non abbiano mai colto comportamenti sopra le righe o atteggiamenti che nulla hanno di ’materno’.

Insomma, oggi come oggi, la comunità tutta non può più permettersi di dire: non sapevo, non vedevo, siamo increduli, chi l’avrebbe mai detto. Quell’incredulità, in effetti, che in altre parole significa ’riluttanza a credere’. Sta qui allora il vero problema: ’Mi ha picchiato’, ’mi ha legato’, ’mi ha spinto’. Loro, i più piccoli, ce lo dicono. A noi adulti la volontà di credergli.

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