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08.07.2020 - 06:300

Il virus dei poveracci, un massacro silenzioso

La pandemia e il lusso di avere una corretta informazione, di avere acqua e sapone per lavarsi le mani, mascherine e spazio per stare lontani

Verrebbe da dire che se l’è cercata. Per mesi ha sbeffeggiato il Covid-19, definendolo una ‘febbriciattola’, minimizzando l’emergenza sanitaria, criticando pubblicamente il distanziamento sociale, sfidando in più occasioni i rischi di contagio, partecipando a incontri pubblici senza mascherina. L’altra mattina il leader brasiliano Bolsonaro si è svegliato con 38 di febbre e dolori muscolari. Il test non ha lasciato dubbi: il tampone ha dato esito positivo. Un negazionismo quello del presidente carioca che il gigante sudamericano sta pagando con un altissimo prezzo in vite umane: è il secondo Paese più colpito, peggio stanno solo gli Stati Uniti. Ad oggi 1,6 milioni di brasiliani hanno contratto la malattia e i morti sono 65mila. Ma le cifre potrebbero essere molto più elevate, bisognerebbe moltiplicarle addirittura per cinque per avvicinarsi alla drammatica realtà, come ci spiegano (a pagina 4) alcuni ticinesi operativi nelle favelas di Rio de Janeiro e di San Paolo, dove la pandemia sta facendo un silenzioso massacro tra i più poveri. Sono loro, gli ultimi tra gli ultimi, le vittime invisibili di questa pandemia. Loro non hanno scampo. Quelli che stanno ammassati nelle baraccopoli di Calcutta. Quelle migliaia di ragazzini che dormono sui marciapiedi di Addis Abeba o in una discarica nascosti in qualche anfratto. Quelli che vivono di stenti nei gironi infernali delle favelas brasiliane. La loro quotidianità non è compatibile col coronavirus: si sta ammassati, giovani e anziani, in stanzette o casupole, costruite una sopra l’altra, dove non filtra quasi la luce, non circola aria, la tubercolosi è molto presente, le fogne sono all’aria aperta, spesso i rifiuti sono dove non dovrebbero essere. Muffa, topi e infiltrazioni sono la norma, l’erogazione dell’acqua potabile non è regolare, i medici di famiglia sono una rarità. In queste condizioni l’isolamento sociale è impossibile e il virus circola a briglia sciolta e semina morte.

Come se ciò non fosse sufficiente, in Brasile il leader Bolsonaro ha indotto tantissima gente semplice a non proteggersi, li ha convinti che il Covid-19 fosse un raffreddore, usando come megafono i pastori evangelici, che hanno seguito la sua linea. L’ignoranza e il credo hanno fatto il resto. Il risultato: quando la gente delle favelas si ammala e va al centro sanitario, ormai non c’è più nulla da fare, li rimandano nella loro baracca a morire. 

In Brasile come in India o Africa o altrove quando sei povero, sei solo e manipolabile. La corretta informazione è un altro lusso del coronavirus. Quello che manca in Brasile, dove una scellerata disinformazione governativa fa ogni giorno tantissimi morti. Mancano test e trasparenza sul metodo di calcolo dei contagiati: il risultato è la totale opacità dei numeri. Ora il presidente è stato smascherato, la morte è entrata nelle favelas e anche i più umili hanno capito che col coronavirus non si scherza. Ma nelle maxi bidonville, come Rocinha, il vero problema è la fame, si deve lavorare per avere cibo in tavola e il distanziamento sociale è un lusso per i ricchi. 

Lo stesso succede altrove, ad esempio negli Usa dove poveri e minoranze etniche sono preda del virus perché non hanno copertura assicurativa, perché fanno i lavori più umili che un computer in salotto non risolve, come guidare la metro nel Bronx o fare le pulizie al pronto soccorso. Chi era precario prima della pandemia, ora fa la fame.  

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