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18.06.2020 - 06:200

È la stagione della resilienza

La lunga estate dell'hockey che aspetta di conoscere il proprio destino. In attesa delle scelte della politica e con la minaccia del ritorno del Virus

Non c’è anima viva sul prato del centro sportivo al Vallone, a Biasca. Dove alle 15 in punto Luca Cereda e i suoi ragazzi si sarebbero dovuti radunare per il primo allenamento della nuova stagione aperto a giornalisti e fotografi. Ma se non c’è nessuno è semplicemente perché i biancoblù sono alla Valascia, costretti a cambiare i loro piani all’ultimo a causa delle bizze del tempo, soltanto una delle innumerevoli cose che nella vita non si possono controllare. Un lievissimo contrattempo, per carità, ma che ben esemplifica ciò che attende tutti – giocatori, dirigenti e tifosi – in una stagione in cui si dovrà dar prova di pazienza, ma soprattutto di flessibilità. In cui finalmente si potrà capire esattamente cosa s’intende quando si parla di resilienza, parola che fino a un paio d’anni fa non usava assolutamente nessuno, e di cui invece, anche a sproposito, s’è poi cominciato ad abusare. Resilienza intesa come capacità ad adattarsi a una condizione negativa senza rimetterci. E serve come il pane ora che non c’è uno straccio di certezza, mentre si riparla della minaccia di un’ondata di ritorno della pandemia (ciò che sta accadendo in queste ore a Pechino, dove hanno chiuso scuole e cancellato voli per arginare un focolaio scoppiato in un altro mercato all’ingrosso, non è certo di conforto), metaforica spada di Damocle che pende pure sulla nuova stagione dell’hockey. 

In quest’inizio di ‘preseason’ in cui sono più le domande che le risposte, l’unica certezza è che senza pubblico non si gioca. Uno slogan che s’è trasformato in una specie di dogma, in un diritto a cui nessuna squadra è disposta rinunciare. Tuttavia la decisione è esclusivamente politica, e la speranza di tutti è che nel suo prossimo intervento sul tema, mercoledì, il Consiglio federale possa fornire qualche elemento di certezza in più quanto alla linea che intende adottare per i grandi eventi catalizzatori di pubblico in autunno. E la parola pubblico fa rima sì con entusiasmo e passione, ma pure con soldi, e mai come quest’anno i conti debbono per forza quadrare. Anche perché per buona parte dei club in ballo c’è la sopravvivenza. Né più, né meno. Rischio mitigato, certo, dagli aiuti alle società sportive annunciati qualche tempo fa dallo stesso Consiglio federale, i quali hanno però la forma di prestito, legato oltretutto a determinate condizioni (come la sostanziale riduzione della massa salariale), non di sovvenzioni a fondo perduto. Di conseguenza, sono destinati a trasformarsi in un debito da spalmare inevitabilmente sui bilanci delle stagioni successive. Chi può, insomma, di quei soldi farà volentieri a meno. In una stagione che si preannuncia piuttosto conservativa non solo sul piano finanziario, ma probabilmente anche su quello del mercato. Mercato in cui, tra l’altro, ieri a Ittigen i delegati dei club di Lega nazionale hanno piazzato un paio di paletti, proibendo i trasferimenti da una squadra all’altra a stagione in corso ma soprattutto vietando le negoziazioni durante il medesimo periodo di tempo. Ma l’impressione è che si tratti unicamente dell’ennesima misura per attenuare i possibili effetti negativi di una stagione su cui grava la minaccia del Virus. In altre parole, chi sperava in un improvviso cambio di mentalità arrischia di rimanere deluso.

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