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09.06.2020 - 16:020

Usa, Russia e Cina sono ormai potenze malate

Putin, la pandemia e il calo di popolarità. Trump, il Covid e le proteste. La Cina tra la stigma di untore e la legge liberticida per Hong Kong

Giganti malati. Candidati al primato mondiale. Una sorta di “G3”, tre grandi in competizione, ma occasionalmente anche d’accordo a danno di tutti gli altri. Russia, Cina, Stati Uniti. Il “virus Corona” incide sulla mappa geo-strategica.

La Russia di Putin

È prematuro, probabilmente illusorio, affermare che l’assetto mondiale, fino a ieri pronosticato, potrà mutare. Ma per i tre ‘dominanti’ della scena planetaria l’urto è notevole. Un Vladimir Putin quasi asserragliato nel suo Cremlino, gestisce una pandemia a livello record per numero di contagi. Non c’è specialista serio che creda nelle cifre ufficiali delle vittime russe del virus. Ma, soprattutto, il nuovo zar, ammirato dagli strabici sovranisti del vecchio e nuovo continente, deve fronteggiare calo di popolarità, contestazioni interne meno impaurite, difficoltà economiche più appariscenti, aumento di disuguaglianze già stridenti.

E anche sulla scacchiera internazionale, ecco una imprevista battuta d’arresto militare: sono gli sgherri agli ordini dell’autocrate “sultano turco” Erdogan, e non i mercenari russi inviati da Putin sulla sponda maghrebina del Mediterraneo, ad imporsi nella battaglia libica: dove l’alleato generale Haftar è in rotta, mentre avanzano le formazioni del presidente “riconosciuto” Fayez al Sarraj, della corrente “fratellanza musulmana”, come il suo sponsor di Ankara.

Gli Stati Uniti di Trump

Poi, un Donald Trump costretto a fronteggiare numero di vittime e sconquasso economico del virus: prima sbeffeggiato, poi sottovalutato, finalmente ammesso ma con riluttanza e fastidio. Quindi costretto, il tycoon, ad assistere alla più straordinaria e massiccia manifestazione nazionale per la difesa dei diritti civili dell’ultimo mezzo secolo Usa, innescata dall’atroce omicidio dell’afroamericano George Floyd, ennesimo delitto razziale per mano della polizia, in una nazione che non ha mai superato quello che Obama ha definito “il suo peccato originale” (la schiavitù di un tempo che contribuì a scatenare una lacerante guerra civile, e ha poi continuato a generare una discriminazione istituzionalizzata).

E qui Trump, presidente divisivo come nessun altro, ha dato il peggio di sé: non una parola di apprezzamento per la parte pacifica dei manifestanti, molta insistenza invece sul “terrorismo interno” autore di incidenti e saccheggi, la Bibbia in mano, lo slogan “law and order”, il pubblico disprezzo per i governatori meno inclini al pugno di ferro, il manifestato proposito di ricorrere all’esercito.

Armi elettorali, si vedrà se vincenti. Ma intanto incassa il dissenso del suoi generali, la contestazione di suoi ex ministri della Difesa, di poliziotti neri e bianchi (immagine inedita) inginocchiati per otto minuti, quanto ci volle al ginocchio dell’agente Derek Chauvin per soffocare l’inerme Floyd.

La Cina di Xi Jinping

Infine la Cina, che agli occhi della popolazione mondiale perde il credito raccolto negli ultimi due decenni: si porterà a lungo la stigmate dell’untore mondiale e dei colpevoli silenzi, vedrà ridursi il suo ruolo di ‘fabbrica del mondo’ nella logica di una globalizzazione ridimensionata, registra il suo primo stop alla crescita economica dai tempi di Deng Tsiao Ping, teme il “contagio separatista” anche oltre Hong Kong, dove, con una legge liberticida Pechino ritiene di poter stringere il nodo scorsoio sulla democrazia nell’ex colonia britannica. “In realtà sono debolezza e paura – scrive lo specialista Marc Julien – a ispirare la strategia della dittatura cinese”.

Istantanea di tre potenze. Potenze “malate”. Molto, anche se non tutto, potrebbe cambiare negli equilibri mondiali.

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