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06.06.2020 - 06:300
Aggiornamento : 12:17

Nel Brasile di 'Caligola' Bolsonaro il degrado 'não tem fim'

Che il presidente brasiliano fosse un negazionista ad oltranza era già chiaro ancora prima del coronavirus. Ma il peggio potrebbe ancora arrivare

Ha ragione Bolsonaro, la morte è il destino di tutti. Ma ci sono modi e modi di arrivarci. Soprattutto ci sono certe dichiarazioni che il presidente di uno dei Paesi più colpiti dalla pandemia, con oltre mezzo milione di contagi e più di trentamila morti, farebbe meglio a evitare.

Ma che Jair Bolsonaro fosse un negazionista ad oltranza era già chiaro ancora prima che arrivasse il coronavirus. Il presidente brasiliano si è da tempo contraddistinto per la sua indifferenza verso il riscaldamento globale, un’indifferenza che ha favorito l’anno scorso l’ennesima devastazione della foresta amazzonica. Ci sarebbero poi le sue innumerevoli uscite razziste e maschiliste. Il problema, però, non è che Bolsonaro sia un uomo viscido, maleducato, apertamente fascista e omofobo come tanti altri. Bolsonaro è anche il presidente del Paese più importante dell’America Latina: il Brasile, che attualmente è pure il secondo al mondo per numero di casi di Covid-19. Per Bolsonaro tutto questo poco importa: chiama ancora il virus “quella piccola influenza”, e non solo si rifiuta di adottare misure di contenimento, ma ha apertamente promosso la disubbidienza dei cittadini in quei Stati (Rio e San Paolo) in cui i governatori, confrontati con un’emergenza che rischia di portare al collasso il sistema sanitario brasiliano, hanno disposto chiusure generalizzate e quarantene obbligatorie. Non solo: Bolsonaro continua a organizzare raduni dei suoi simpatizzanti, abbracciando e baciando le persone. Mentre ha già mandato a casa due ministri della sanità perché a un certo punto non sono stati più disposti a seguire la sua linea.

Quale sia effettivamente la strategia di questo presidente demenziale, ammesso che una ve ne sia, è al momento indecifrabile. Spesso l’impressione è di trovarsi di fronte a una sorta di Caligola, in versione carioca, pronto a distruggere tutto ciò che lo circonda pur di soddisfare il suo ego malato. Sta di fatto che in poco più di un anno al potere, Bolsonaro è riuscito a trasformare il Brasile in un Paese caotico e completamente alla deriva. E il peggio potrebbe ancora arrivare: sono in molti a prevedere un ‘auto-golpe’ all’orizzonte.

Che poi sia stato il suo ex superministro di giustizia il primo a urlare in pubblico “il re è nudo”, segna il paradosso più grande di questa presidenza catastrofica: era stato Sergio Moro, da giudice, a condannare senza prove Lula, proscrivendo di fatto la candidatura dell’ex capo di Stato alle ultime elezioni, e assicurando così la vittoria a Bolsonaro.

In America Latina d’altronde le campagne di ‘lawfare’, cioè l’inseguimento e la condanna dei leader di forze progressiste attraverso un’alleanza dei grandi gruppi economici con i loro rappresentanti giudiziari e mediatici, sono una pratica molto diffusa. Come ben scrive Alfredo Zaiat in ‘Pagina/12’ a proposito del caso argentino, “l’ossessione patologica con Cfk (Cristina Fernández de Kirchner) è fondamentalmente contro ciò che lei rappresenta in termini di confronto storico per il tipo di progetto di Paese”. La stessa cosa è successa con Lula. Ma l’Argentina una strada (in particolare sul fronte sanitario) pare averla ritrovata con il nuovo governo peronista. Mentre nel Brasile di Bolsonaro, come direbbe Tom Jobim, la tristezza (e il degrado) “não tem fim”.

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