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Il Pil cresce o diminuisce. E poi? (Foto Ti-Press)
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19.05.2020 - 20:400

Abbiamo un potere che sottovalutiamo

Intesa e pianificazione: bisogna ripartire da qui se si vogliono assumere comportamenti non distruttivi per noi stessi e il pianeta

L’economia in cui prosperiamo o peniamo è definita capitalista. Poiché è un aspetto essenziale della società, anche la società in cui viviamo è capitalista. Economia e società non sono in crisi dall’altroieri. Sono in crisi continua. La prima, perché da tempo ha difficoltà a trovare risposte ai problemi che le si pongono. La seconda, perché è scombussolata nei valori o è sempre alla ricerca di punti di riferimento, spesso identificati in personaggi manifestamente sballati. Si vuole o si cerca di uscirne. Come? Rassegnandosi allo stato di malattia permanente (che è un altro tipo di pandemia), riformando (con abilità mimetica, come spesso avviene), rivoluzionando? È affiorato il convincimento che almeno alcune caratteristiche strutturali del capitalismo andrebbero rivedute. Il problema è che ognuna di esse non è decisiva. Solo un assieme potrebbe giovare.
Il capitalismo si è sviluppato (in modo intensivo a partire dagli anni 80) sulla utilizzazione, distruzione e privatizzazione dei beni naturali ‘comuni’ (territorio, foreste, acqua, fonti energetiche, ambiente, salute). Dunque, non si vede come si potrà uscirne senza riprendere il controllo collettivo o ‘comune’ di quei beni. Se ne è coscienti, ma la realtà odierna, nonostante un ulteriore micidiale avvertimento, ci dice che si sta sempre agendo in senso opposto. La crisi, esasperando lo stato di necessità o di recupero dei profitti, tende ad avversare ogni limite di sfruttamento della natura e dell’uomo ‘globalizzato’ perché presentato come nefasto al mitico Pil (alla crescita).
Con la profusione di miliardi innestati come rimedio nell’economia, si corre il rischio di offrire al capitale finanziario ancora maggior controllo su moneta e credito. Che dovrebbero essere pure loro dei beni comuni, al servizio dell’economia. Diventano però facilmente strumenti di speculazione permanente. Non ci si può non accorgere dell’anomalia o dell’enorme sfacciato divario che corre tra un’economia esangue per la crisi e la robustezza dei mercati finanziari. Quasi che la distribuzione ormai illimitata di moneta dia loro stabilità e sicurezza, che mancano invece all’economia reale, quella della produzione, del lavoro e del consumo. Il capitalismo finanziario, che fa denaro con il denaro, ha trovato formidabili antivirus prima della medicina o delle baruffe degli Stati sul ‘prima i nostri’ anche per l’atteso antivirus. Ha la certezza di una sorta di immunità grazie alla montagna di liquidità distribuita, che sosterrà i prezzi degli attivi finanziari. (È già capitato dopo la crisi del 2008, senza trarne lezione).
È emersa l’incapacità nazionale, continentale o mondiale di pensare progetti collettivi a lungo termine (nel settore sanitario, in quello della difesa ambientale o in quello finanziario-monetario, fiscale ecc.) in nome di chissà quale sovranità o libertà d’iniziativa. Eppure non è tanto un avvertimento micidiale, quanto la buona logica che imporrebbe intesa e pianificazione se si vogliono assumere comportamenti non distruttivi per noi stessi e per il pianeta. Senza disperare, bisogna agire sulle istituzioni. Partendo da noi stessi: abbiamo un potere che sottovalutiamo o non usiamo.

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