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06.04.2020 - 11:190

Di coronavirus e superamenti ideologici (forse)

Il dannato Covid-19 sta spazzando via certe narrazioni posticce, o almeno spero. Non è granché, data la situazione, ma insomma

Magari è solo un’illusione, di quelle che ti prendono quando hai passato troppe ore chiuso in casa a fissare il soffitto, schiaffeggiando certe ansie a colpi di gin tonic. Ma mi pare che questa situazione non ci abbia insegnato solo come lavarci le mani. Sta lavando via – un pezzo alla volta, con tanto ancora che resta sotto le unghie – diversi anni di sporcizia ideologica: l’idea che il nostro destino finisca con un confine o una frontiera, lo sciovinismo, la guerra ai ‘sedicenti’ esperti, il mito dell’ognun per sé e il mercato per tutti.

In poche settimane, sfogliare il ‘Mattino della domenica’  è diventata un’esperienza completamente diversa: prima lo si faceva con lo stomaco stretto, chiedendosi chi sarebbe stato messo alla berlina, e per certe tirate ci voleva un Gaviscon. Adesso quelle stesse pagine sembrano incredibilmente passate, mute, i ‘migranti con lo smartphone’ e i ‘camerieri dell’Ue’ maschere di una serie tv alla settima stagione, ormai spompa. Nemmeno Salvini sa più come farsi ascoltare, gli tocca recitare preghierine con la D’Urso, pubblica bufale sull’origine del virus ma per la prima volta, ai sassi che tira, resta attaccata la mano: basta vedere i commenti in calce ai suoi sproloqui, mai così negativi.

Si direbbe che ce ne siamo accorti: la pandemia, come tutti i problemi seri, non si risolve un paesello alla volta. Sembra un paradosso, adesso che molte frontiere si chiudono, e posti che parevano a un tiro di schioppo non potremo vederli per chissà quanti mesi. Ma proprio per questo sentiamo il peso dei muri e della distanza dalle persone care: e magari, inconsciamente, capiamo meglio chi quelle distanze le subisce da chissà quanto tempo: il reietto, il ‘negro’, o anche solo il ‘tagliàn’ che c’ha la mamma a Bergamo. Ma divento retorico, passiamo oltre.

C’è anche il fatto che vediamo regioni e Paesi tanto diversi sbattere il muso sugli stessi muri, uno dopo l’altro. Anche questo, in qualche angolino dell’inconscio, serve a capire che ne usciremo solo con una reazione globale. Il coronavirus non ha bisogno di permessi e ‘nulla da dichiarare?’, e l’unica immunità di gregge nella quale sperare è la condivisione di mezzi e conoscenze.

Si è assopita anche quell’astiosa diffidenza che per anni è stata fomentata contro gli esperti, le ‘teste d’uovo’. Adesso siamo tutti lì a pregare che gente con sette dottorati ci spieghi cosa dobbiamo fare, come possiamo proteggerci. Chi si è scelto il governo sui social ne piange le conseguenze. Fino all’altro giorno fischiettavamo beati “primi a scuola ultimi nella vita”: ora perfino il farmacista sotto casa ci riempie di muta e commossa ammirazione. Come dovrebbe essere da sempre, peraltro.

È caduto infine quel sussiegoso disprezzo per lo Stato che non sa far nulla, lasciate tutto ai privati e vedrete. Sarà che perfino i più critici, or come ora, bussano alla sua porta per farsi aiutare, come la cicala delle favole. Verrà il momento in cui urleranno “e lo Stato dov’è?”; e sarà buona pietà non rispondere “e tu invece dov’eri, finora?”

Oppure no, non sta succedendo nulla di tutto questo, e il mio è solo un pregiudizio di conferma: quel viziaccio che ci spinge a cercare nella realtà la dimostrazione dei nostri pensieri, per razionalizzarla dietro a un saccente “ve l’avevo detto”, e avere meno paura. Magari, l’unica vera lezione è che tenere insieme pipistrelli e pangolini non è una buona idea. E che bisogna lavarsi bene le mani.

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