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30.03.2020 - 08:460
Aggiornamento : 11:27

Il coronavirus, la bicicletta e l'eroe della domenica

Sono le undici del mattino: la mia mini uscita sta per concludersi. Poi l'imprevisto. Sarà che tutto quello che stiamo vivendo servirà a farci capire qualcosa?

Domenica, undici del mattino della nuova ora: la mia mini uscita in bicicletta sta per concludersi. Seguo le indicazioni del Comandante Cocchi e rinuncio a fare qualcosa di esagerato. Solo il giro del lungolago: Minusio-Locarno-Minusio. Giusto per prendere una boccata d’aria e poi di nuovo a casa. Affronto la salita del fiume Navegna che mi porta su. Chiaro, ho la bici elettrica. Quindi non devo faticare troppo. A metà salita però, l’imprevisto: qualcosa si blocca, provo a pedalare più forte e salta la catena. Scendo dalla bici e vedo che si è proprio spaccata. Sbuffo, continuo la salita a piedi e penso: ok, lunedì la porto in negozio per la riparazione. Ci arrivo subito: dove la vuoi portare? È tutto chiuso. Catene di scorta a casa non ne ho. E poi non sono proprio capace con queste cose.

Quindi? Niente più bici fino a quando non si torna alla normalità? Non ci sto. È già chiusa la piscina, il giro sulle due ruote è l’unica attività fisica consentita che mi rimane. Il mio regno per una catena, mi viene da dire. Ma so che nemmeno al Re Riccardo è andata bene così. Nella disperazione, un’idea: non c’era mica quel papà alla scuola dei miei figli che offriva questo servizio di ‘mini officina per bici’, quello che poi donava il ricavato alla scuola? Come si chiamava? Lo avrò visto due o tre volte nel cortile: un tipo un po’ strano, capelli e barba bianca, che parla l’italiano con un forte accento straniero.

Due telefonate e trovo tutti i dati: nome, cognome, telefono e indirizzo. Lo chiamo o gli scrivo un ‘wazzap’? Non ci si conosce proprio, quindi gli scrivo: scusa, sono un papà della scuola, ho avuto un incidente con la bici, non è che saresti disponibile in questi giorni per una riparazione? Mi risponde: sono giù in cantina, ne sto già mettendo a posto una, se vuoi passa da me. Non ci penso due volte. Scendo, prendo la bici e poi affronto quello che alla fine sarà l’ostacolo più grande di tutta la giornata: riuscire a caricarla nel baule. Provo a infilare prima il manubrio e poi la ruota posteriore. Niente da fare. Sudo. Mi tolgo il maglione e riprovo. Ora comincio all’incontrario, dalla ruota posteriore. Va meglio. Poi però vedo che un freno rimane fuori. Spingo, spingo e niente. Ok, andrò con il baule aperto. E se mi ferma la polizia? Beh, siamo in una situazione di emergenza: avranno ben altro da fare. Per fortuna lui sta a Tenero. Ci metto cinque minuti e arrivo senza trovare posti di blocco.

Mi riceve davanti al garage, ha una cuffia in testa e le mani sporche da meccanico. Scendiamo nella sua officina-cantina, mantenendo bene le distanze sociali. Non credo ai miei occhi, in un locale di due per due è riuscito a creare un vero spazio di lavoro: attrezzi di ogni tipo perfettamente ordinati, tante scatole ognuna con la sua etichetta, e lui, gentile e sereno, che accende la musica, mi offre uno sgabello e inizia il lavoro. Non ci vuole una catena nuova, mi spiega, bisogna solo mettere assieme i due estremi. Per farlo gli basta aggiungere un pezzo che trova in una delle tante scatole del suo magazzino. Ci mette in tutto una ventina di minuti. Mi racconta mentre sistema la bici che lui aggiusta un po’ di tutto: è meccanico, ma qui in Ticino non trova lavoro. Mentre lo guardo all’opera (sempre da più di due metri di distanza) mi rimprovero per i miei stupidi pregiudizi di quelle poche volte che l’ho incrociato nel cortile: il tipo strano sono io, che chiamo una domenica pomeriggio uno sconosciuto chiedendogli di darmi una mano. Anch’io parlo l’italiano con accento straniero. La mia barba è un po’ meno bianca della sua ma neanche troppo. La bici è pronta, mi dice, vai fuori a fare un giro di prova. Sei il mio eroe, gli rispondo. Avrei voglia di abbracciarlo ma nemmeno quello si può fare. Esco. Mentre faccio avanti indietro dal suo garage fino alla stazione di Tenero continuo a pensare: sarà che tutto quello che stiamo vivendo in questi tempi di coronavirus ci vuole fare capire qualcosa? Un collega l’ha scritto su queste colonne pochi giorni fa e ha proprio ragione: la vera tragedia sarebbe se da questa situazione non imparassimo nulla.

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