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28.02.2020 - 06:300
Aggiornamento : 10:05

Coronavirus, che la partita (a porte chiuse) sia equa

Dopo Ambrì-Davos e il derby l'approccio ticinese ha fatto scuola. Ma serve una linea comune, per evitare si chiudano gli stadi a macchia di leopardo

Un derby così non s’era mai visto. Partiamo da lì. Però un derby così non è un derby. Perché in Ticino le sfide tra Ambrì e Lugano, da sempre, sono una sorta di festa popolare. Ma se si decapita il termine, togliendo il popolo, che festa è? Tuttavia, l’hockey non è solo il derby. E infatti la paura del contagio da coronavirus – pur ricordando che il confine tra paura e psicosi non è di quelli impermeabili – ha la sua incidenza su tutto il weekend del disco su ghiaccio in Ticino.
Perlomeno di quello del massimo campionato, con l’Ambrì che sarà costretto a giocare entrambi gli incontri – stasera contro il Davos e domani, appunto, a Lugano – senza lo straccio di uno spettatore a bordo pista. Se si escludono gli inservienti dello stadio e la manciata di giornalisti, i quali – probabilmente per la prima volta in vita loro – godranno dell’invidia di un intero Cantone.

A tutti gli altri, invece, rimane la tv (e di ciò, i soli che possono rallegrarsene lavorano a Melide). Tivù che, l’altroieri, aveva dato notizia che l’hockey del weekend andava in scena a porte chiuse. E tutti ne converranno, non è bello sapere le cose in diretta televisiva quando sei tu quello toccato in prima persona. Infatti, tanto al di qua, tanto al di là del Ceneri la cosa è stata presa con (eufemisticamente) moderata soddisfazione. Vista la modalità che lascia trasparire una qual certa disorganizzazione, almeno a livello comunicativo.

Ma è stata soprattutto un’altra questione a far discutere nelle ultime ore. Infatti, mentre in Ticino le autorità avevano deciso che entrambe le partite nel week­end dovessero andare deserte, il Davos otteneva luce verde senza alcuna restrizione per la sfida di domani sera alla Vaillant Arena contro il Rapperswil. Questo nonostante proprio ieri nei Grigioni fossero stati confermati i primi (due) contagi, nella medesima conferenza stampa in cui qualche minuto dopo le autorità retiche ufficializzavano l’annullamento dell’edizione 2020 dell’attesissima Maratona Engadinese. Tuttavia, in serata sono cominciate a circolare le prime voci secondo cui anche Davos-‘Rappi’ si giocherebbe a spalti vuoti, pur se la notizia non ha ancora trovato conferme ufficiali. Ma siccome, di sicuro, oggi lo stesso Rapperswil riceverà il Lugano a casse chiuse, l’approccio ticinese ha già fatto scuola. In un sistema in cui, almeno allo stato attuale delle cose, spetta ancora ai singoli Cantoni l’ultimissima parola. Ciò non significa però che all’interno degli stessi Cantoni non possano nascere contraddizioni: basti dire che se il derby ticinese di domani sera praticamente dal vivo non lo vedrà nessuno, il giorno dopo la gente potrà accomodarsi sugli spalti della BiascArena per seguire la partita dei Rockets contro l’Evz Academy, o magari sedersi in platea al Lac di Lugano per ‘Il Piccolo spazzacamino’ di Benjamin Britten.

E la Federhockey, in tutto questo? Per ora, nella sua presa di posizione ufficiale chiede a tutti di non cedere al panico, invitando a seguire le raccomandazioni dell’Ufficio federale della salute pubblica. Nell’attesa che lunedì pomeriggio, a sei giorni dall’inizio dei playoff, le società di Lega nazionale si riuniscano in un’assemblea straordinaria già convocata per ragionare sul da farsi. La speranza è che si possa arrivare presto ad adottare una linea comune, per evitare che determinate misure, a cominciare dall’imposizione di giocare a stadi chiusi, si estendano a macchia di leopardo. Per evitare che un Berna possa magari giocare le sue partite davanti a 17mila spettatori e il Lugano e l’Ambrì, invece, a nessuno. Non tanto perché non sarebbe giusto pensando agli incassi, bensì perché non sarebbe sportivamente equo.

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