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26.02.2020 - 06:00

Coronavirus: primo caso, e non sarà l’ultimo

Visto che i virus non si fermano alle frontiere; si può fare qualcosa in più e più in fretta?

di Matteo Caratti
coronavirus-primo-caso-e-non-sara-l-ultimo

L’arrivo del coronavirus anche in Svizzera era preannunciato e da ieri sappiamo che il primo caso concreto si è verificato proprio in Ticino. E pensare che non ci eravamo neppure abituati al crescendo di notizie fioccate nel fine settimana dalla vicina Lombardia e dal Veneto dove, dopo i primi contagi e purtroppo anche i primi morti registrati, sono state bloccate a casa loro (proprio come avvenuto in Cina) intere comunità.

E da noi cosa succede? Fin qui – primo caso elvetico conclamato compreso – le autorità cantonali e federali si sono mostrate prudenti e rassicuranti, visto che il settantenne infettato, il suo medico e l’ospedale si sono comportati in modo particolarmente corretto. Il malato non si è recato al Pronto soccorso, ma ha allertato il medico di fiducia e la struttura sanitaria, che lo ha poi accolto a Moncucco, è stata in grado di isolarlo a dovere. Sembrerebbe poi anche che i suoi contatti, una volta infettato, non destino particolari preoccupazioni. Lui stesso ora sta bene.

Situazione nuova e molto seria

Dunque, benché in pochi giorni gli scenari in Italia siano radicalmente cambiati e malgrado il primo caso in Ticino (che sembrerebbe circoscritto), per ora non c’è alcuna misura particolare ulteriore all’orizzonte, oltre a quelle già note: lavarsi le mani più volte al giorno, starnutire nel gomito e pulirsi utilizzando il fazzoletto di carta da poi buttare. E appello alla responsabilità personale: se si hanno i sintomi e si è stati nelle zone a rischio, non esitare a contattare il proprio medico. Giusto o no? L’immediato futuro dirà. La situazione è parecchio nuova e molto seria: prova generale di contenimento epidemico.

Frontiere e comuni isolati

Veniamo, però, a un interrogativo che sono in molti a porsi. Visto che i virus non si fermano ai confini e le persone che vanno e vengono quotidianamente dalla Lombardia sono decine e decine di migliaia e non sono solo i frontalieri ad attraversare la dogana, ma anche tanti ticinesi che viaggiano in quelle zone per turismo, fare acquisti, incontrare amici e parenti, si potrebbe fare qualcosa in più e più in fretta? L’autorità, in queste ore, ha più volte ribadito che la chiusura delle frontiere non è una misura di provata efficacia e che i provvedimenti devono essere proporzionati. Sull’efficacia non abbiamo elementi per contraddire le opinioni di esperti in materia. Resta comunque il fatto che, se sono date determinate condizioni (ed è avvenuto in Cina come in Italia), si sono sigillati i perimetri di certi comuni dalla sera alla mattina. Quanto alla proporzionalità, ieri sera abbiamo dato un’occhiata anche al telegiornale della Svizzera romanda. La reporter ha espresso un certo stupore per i Carnevali che continuano con manifestazioni di festa a contatto molto ravvicinato. Non da ultimo, un esperto virologo ha detto, senza tanti giri di parole, che se in Italia si è passati in così pochi giorni da 1 o 2 casi a più di 250, significa che non si è ancora riusciti a misurare la reale diffusione dell’epidemia. Virus che necessita, dopo 2 o 3 giorni d’incubazione, di circa 7/10 giorni per manifestarsi. Parole chiarissime, anche se si tratta di un’influenza non poi così diversa dalla normale grippe stagionale. Malattia insidiosa per persone di salute fragile, in particolare per anziani che già hanno qualche patologia.

Già oggi però ne sapremo di più sulle eventuali prossime misure da adottare: il gruppo cantonale di esperti e il Consiglio di Stato torneranno infatti forza maggiore a incontrarsi. E, come abbiamo ormai capito, ogni giorno il grado di allerta (di una situazione che potrebbe durare anche alcuni mesi) potrebbe alzarsi. Siamo facili profeti: il primo caso ticinese non sarà l’ultimo.

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