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07.12.2019 - 06:000
Aggiornamento : 11.12.2019 - 14:36

Vün di nòss: il bilancio poco lusinghiero di Cassis a Berna

Glencore, Philip Morris, Unrwa, reset: parole chiave d’una politica estera svizzera che sta perdendo la consueta prudenza

Fino a un paio d’anni fa, la politica estera svizzera era una cosa silenziosa: il laconico Didier Burkhalter seguiva l’esempio dei suoi diplomatici, restando il più possibile lontano dai battibecchi della politica interna. Un ‘uomo delle istituzioni’, si sarebbe detto una volta. Poi è arrivato Ignazio Cassis: ciarliero, piacione, sempre lì a fare dichiarazioni alla stampa. A noi giornalisti va benone, ché altrimenti non sapremmo mai cosa scrivere. Anche come mossa di marketing, funziona: crea l’impressione di una diplomazia vicina al popolo, invece che trincerata dietro ai mogani di qualche lontana ambasciata. Resta da capire se tutto questo rumore significhi anche buona politica.

Reset

Quando è arrivato in dipartimento due anni fa, una delle prime promesse di Cassis è stata il “reset” nei negoziati con l’Europa. In verità il dialogo si è semplicemente arenato: nonostante gli sforzi di ottimi negoziatori, l’“apprendista” è riuscito a scontentare tutti, dai nazionalisti ai sindacati. L’ostruzionismo di destra e sinistra non è neanche colpa sua – il tema è controverso e ciascuno cerca di sfruttarlo a modo suo, invece di dialogare –, ma forse sarebbe stato più prudente non gonfiare le aspettative: evidentemente il reboante slogan ‘reset’ (1) ha rivelato in fretta tutta la sua vacuità, se non a Berna, almeno a Bruxelles. Il tango delle relazioni bilaterali si balla in due, ma a condurre la danza è sempre il tizio più grosso.

Musi lunghi

Nel frattempo, i diplomatici svizzeri si sono trovati attaccati ed esautorati dal loro stesso direttore. È successo ad esempio quando è saltata la firma del patto Onu sulle migrazioni, e Cassis sulla ‘Weltwoche’ si è scagliato contro il “comportamento di branco” del Dfae: “Il patto è un bell’esempio di come la politica estera abbia perso il legame con quella interna”, ha detto. Che in parte può anche essere vero, dato che i diplomatici svizzeri passano molto più tempo in missione nel mondo rispetto ai loro omologhi di altri paesi. Ma una certa divergenza della politica estera dalle dinamiche domestiche è inevitabile, te lo insegnano già alla prima lezione di Storia della diplomazia: ci si muove in una terra di mezzo, una dimensione per sua natura esterna alle singole realtà nazionali, dove l’autorità dei paesi che si confrontano sfuma sul bagnasciuga della Realpolitik. Dichiarare che “la politica estera è politica interna” significa solo incasinare i piani. Se poi questo essere ‘der Undiplomat’ servirà a Cassis per riformare il presunto mandarinato del suo dipartimento, resta da vedere. Per ora si vedono solo musi lunghi.

Diritti umani

Sempre nella logica della politica a bocca aperta rientrano le affermazioni sconcertanti sull’Unrwa, l’agenzia Onu che si occupa fra le altre cose dei profughi palestinesi. Suggerire che è inutile tenerne aperti i campi, illudendo i palestinesi circa un futuro rientro a casa loro, significa perdere la neutralità su uno dei più incancreniti conflitti mediorientali (ed entrare a piedi pari su organizzazioni che hanno in Svizzera un loro baricentro). Se questo è l’andazzo, è legittimo temere che i diritti umani stiano passando in secondo piano rispetto alle priorità economiche; d’altronde si può sospettare qualcosa di simile anche vedendo la nuova strategia di aiuto allo sviluppo, sempre più ristretta geograficamente.

Business is business

Poi non voglio far la pia verginella, non penso che la politica estera si possa fare senza agevolare i propri interessi di mercato, anzi: una delle principali leve diplomatiche svizzere è proprio quella economica. Ma da questo a elogiare spudoratamente un colosso minerario come Glencore – proprio mentre si stava discutendo l’iniziativa sulle multinazionali responsabili, guarda un po’ – ce ne passa. Ché poi si fanno anche delle gran figuracce: non fai in tempo a pubblicare il tuo tweet, e già i media ti ricordano i casi di avvelenamento in Zambia. Non è neanche l’unico scivolone: c’è stata la storia dell’iscrizione alla lobby delle armi, quella della Philip Morris che avrebbe dovuto sponsorizzarci all’Expo 2020, il tentativo di allentare le regole per vendere armi ai paesi in guerra civile.

Prudenza

Per ora, insomma, non è stato un gran bello spettacolo. Io poi non so se un seggio del Plr al Consiglio federale vada riassegnato o meno ai Verdi: la politica svizzera ha i tempi del ghiacciaio, non del torrente, e comunque mi pare un’ipotesi sempre più lontana (non lo dico per cerchiobottismo, giurin giurello). Inoltre un rappresentante ticinese, in un’ottica di governo federalista, potrebbe magari aiutare la minoranza italofona a farsi sentire dove più conta. Però il ritorno a una politica estera più prudente ed equilibrata, quantomeno nella forma, sta diventando urgente. A prescindere da chi occuperà la poltrona, e con buona pace dei corifei nostrani che si aggrappano al solito argomento da strapaese: “L’è vün di nòss”.

 

(1) Una precedente versione del pezzo indicava per errore lo slogan "Switzerland first" invece di quello "reset". Mi scuso per la svista. A onore di Cassis, va ricordato che il direttore del Dipartimento federale degli Affari esteri ha invece dichiarato "Da me non sentirete mai dire Switzerland First", esponendosi peraltro agli attacchi dei nazionalisti, nonostante dichiarazioni più ambigue sul tema rilasciate al Tages-Anzeiger 

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