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Ti-Press
Commento
05.12.2019 - 18:200
Aggiornamento : 22:20

Il Ps tra successo e incognite future

Il quadriennio di Righini ha spostato a sinistra il partito e costruito un'intesa rossoverde. Ma resta molto da consolidare

Quattro anni alla testa di un partito possono bastare. Così ha detto martedì Igor Righini, presidente del Ps, comunicando di non volersi ripresentare per un altro quadriennio alla guida dei socialisti. Ma quattro anni sono sufficienti per imprimere un nuovo corso a un partito? È un tempo giusto per seminare quello che in futuro possa rivelarsi un buon raccolto? Si potrebbe dire di sì nel caso di Righini. Dopo il peggior risultato dalla riunificazione tra Psa e Pst alle cantonali del 2015 – il 12,1% delle schede –, dopo il caos sulla candidatura o meno di Jacques Ducry per il Consiglio degli Stati alle federali che erano alle porte, dopo le dimissioni di Saverio Lurati, il partito da lui preso in mano era tutto tranne che in salute. Quello di oggi è un Partito socialista diverso. Gliene va dato atto. Innanzitutto, grazie alla spinta di Righini, si è aperto alle altre forze progressiste; l’alleanza con i Verdi è sempre stata una sua priorità programmatica, e quando da Forum alternativo e Partito comunista sono giunti i primi segnali di avvicinamento ha saputo coglierli costruendo, pure se con qualche infortunio – “Impensabile presentarsi al Consiglio degli Stati anche con una candidatura di bandiera” oltre quella di Marina Carobbio, ci disse in merito alla discesa in campo anche per la Camera alta della verde Greta Gysin – un percorso che invece ha avuto risultati sorprendenti: il raddoppio d’area al Nazionale e, con Carobbio, l’elezione della prima donna ticinese (e socialista) agli Stati. Quasi un terzo dell’elettorato ha dimostrato di credere a un progetto che però, in vista delle comunali del 5 aprile 2020, sta mostrando meno sicurezza e forza. A partire da Bellinzona, dove i Verdi hanno deciso di chiudere con il Ps. Mentre a Lugano l’accordo verrà confermato, per esempio. E questo deve far capire quanto – benché elementi locali come le Officine pesino non poco al tavolo delle trattative – sia stato difficile mettere in piedi quanto fatto (anche) da Righini per le federali, pur arretrando e concedendo voti ai Verdi.

Il tutto, non va dimenticato, guidando un partito che fatica ancora, alle volte, a barcamenarsi tra l’anima di governo e quella sindacale, pugnace, di opposizione. Al suo interno come in Gran Consiglio. Sia la riforma fiscale e sociale votata dal popolo nella primavera del 2018, sia la nuova riforma tributaria con i pacchetti per la scuola e la socialità a essa legati votata dal parlamento poche settimane fa, hanno avuto l’avallo in Consiglio di Stato del socialista Manuele Bertoli, in nome del compromesso. Se sulla prima l’apposita conferenza cantonale convocata dal Ps per tracciare una sintesi ha portato alla concitata spaccatura tra base ed eletti, su questi ultimi sgravi la posizione del partito è più netta: tutti per il referendum. Un segnale, uno spostamento a sinistra nel quale il lavoro di Righini ha avuto un ruolo.

“Nessuno di noi ha un attaccamento di stampo castrista alla poltrona”, ha detto il presidente del Plr Bixio Caprara alla propria base la settimana scorsa, analizzando la batosta presa alle federali con la non elezione del consigliere nazionale uscente Giovanni Merlini agli Stati. La scelta del Plr è stata di continuare con l’attuale dirigenza fino alle comunali; quella di Righini, uno dei vincitori della tornata elettorale, è stata di prendere commiato. Difficile dire ora quale si sarà dimostrata più pagante la sera del 5 aprile 2020. Ma a sinistra, dopo la gioia di domenica 17 novembre, l’obiettivo che devono porsi è una nuova fase di confronto, perché la loro semina vada a buon fine.

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