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02.11.2019 - 06:300

‘Vietato disobbedire’

Farlo può costare caro (non solo con la giustizia). Anche quando c’è di mezzo la dignità umana

Essere dei disobbedienti richiede coraggio. Oggi come ieri. Se è vero che le leggi del proprio Paese vanno rispettate – e nessuno lo discute (neppure Lisa Bosia Mirra davanti ai giudici) –; non è meno sacrosanto, a volte, gettare il cuore oltre l’ostacolo del lecito (per dottrina o per abitudine). Il punto è scegliere. È saper dare la precedenza alla dignità umana quando si è messi di fronte al bivio del diritto. Lisa Bosia Mirra lo ha fatto; e ne ha pagato il prezzo (non solo con la giustizia). Perché in talune circostanze l’essere umano viene prima delle leggi. Immersa nella scena aperta dei giardini della stazione di Como, nell’estate del 2016, la 46enne non ne ha potuto fare a meno. Non solo ha deciso di spendersi per l’umanità migrante accampata su quel prato sospeso fra sud e nord, un passato difficile da raccontare e un futuro ancora da conquistare; ma ha scelto di disobbedire in nome di una ventina di cittadini eritrei e siriani (per lo più minori) che versavano in una situazione particolarmente precaria. Non è stata né la sola né l’unica, certo. Prima di lei nomi illustri lo hanno fatto, come ci ricordava ancora qualche mese fa da queste colonne lo storico Andrea Ghiringhelli: Paul Grüninger, che ha salvato centinaia di ebrei perseguitati dal Nazismo; il pastore Guido Rivoir, che ha teso la mano ai profughi cileni in fuga dal regime di Pinochet. Tre anni dopo i fatti di Como la Corte d’appello e revisione penale nella sua sentenza non le ha dato del tutto torto; anche se si è fermata a metà strada. “È pure certo e comprensibile – si legge nel dispositivo – che Bosia Mirra (...) si sia convinta, non solo della necessità di togliere i migranti che lei ha definito i più vulnerabili da quella situazione di sofferenza, ma anche della necessità di farlo subito e, quindi, che la sola via d’uscita fosse quella che implicava un’infrazione alla Legge federale sugli stranieri e la loro integrazione”. E qui i giudici non hanno fatto sconti. Perché aiutare delle persone sprovviste di documenti ad attraversare la frontiera resta un reato; anche per chi lo fa solo per “motivi onorevoli”. ‘Dura lex, sed lex’.

Amnesty International Svizzera, ‘Solidarité Sans Frontières’ e oltre un centinaio di avvocati svizzeri sono decisi a far reintrodurre la non punibilità per chi assiste degli stranieri in determinate situazioni e per ragioni umanitarie, modificando l’articolo 116 di quella legge. Ma abbattere questa barriera non sarà facile, neanche alle Camere federali. In Ticino si è già assistito a una levata di scudi. Con la Lega che agita il “grave rischio di un ritorno del caos asilo”. E con gli odiatori dei social che sono tornati alla carica, vomitando su Lisa Bosia Mirra parole e insulti che lei conosce bene. Tant’è che persino la Corte le ha riconosciuto di aver “già pesantemente pagato in termini di sofferenza e perdita di qualità di vita a causa della campagna denigratoria subita”. Ma si sa, guai disobbedire, anche se ne va della vita di una persona. Ma epiteto libero quando si tratta di prendersela con chi non la pensa allo stesso modo. Che poi chi è mosso da ‘motivi onorevoli’ e passatori (o peggio chi fa tratta di esseri umani) finiscano nello stesso calderone, è solo un effetto collaterale.

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