Commento
05.10.2019 - 06:300

Giornalismo lento contro la censura

È tutto uno slow. Slow food, slow dream, slow fashion, slow weed, slow cooker, slowUp. Capire quanto il ‘lento’ diventi accezione positiva – per cibo cucina energia moda viaggiare – in opposizione al ‘fast’ (al veloce, al superficiale, al senza cultura) oppure astuto incentivo al mercato, è spesso difficile. Non poteva mancare anche lo “slow journalism”. E qui ha un buon senso. Un giornalismo lento, contrario a quello che, con altro anglicismo, è definito “clickbaiting”. Tanti affrettati click su quella o questa informazione, su questo o quel pezzo. Click che diventa l’unico misuratore di valore. Ma che significa un modello di informazione basato sul consumo o l’informazione che si fa mercato, ricorrendo agli incantamenti del mercato per vendersi. Significano un lettore talmente sopraffatto da qualsiasi tipo di informazione e dalla sua sovrapproduzione, che il controllo sulla veridicità o sull’attendibilità di quanto gli viene offerto risulta impossibile o si ritiene superfluo. Si continua a ripetere, soprattutto in questi tempi di competizione elettorale, che non c’è democrazia senza informazione di qualità e senza inganni. Esce un rapporto dell’Università di Oxford (Digital News Report 2019) che ci dimostra come in 70 Paesi, e non dei minori, si pratichi ormai sistematicamente la disinformazione con i media sociali. Si va dalle notizie false per orientare un voto o far fuori l’avversario, per uscire dall’Europa, alle operazioni di depistaggio o di lobbismo per banalizzare critiche a fatti, incoerenze o prodotti denunciati come pericolosi. Lo studio sostiene che la disinformazione ha assunto un’ampiezza tale che costituisce ormai “una parte onnipresente dell’ecosistema dell’informazione numerica”. È l’inquinamento della democrazia. Forse peggio di quello ambientale. Il problema ha dato vita a un secondo rapporto del Consiglio federale che sembra credere ancora alle iniziative di autoregolamentazione volte a contrastare il fenomeno, promettendo comunque revisioni di legge “che dovrebbero migliorare la tutela degli utenti dai media sociali”. Non si tien conto di un capovolgimento che ha dell’assurdo. La censura non si opera più bloccando il flusso di informazioni. Succede il contrario. Si inondano le persone di disinformazioni e distrazioni, togliendo loro la capacità di attenzione e concentrazione prolungate. Si blocca la lucidità che è consapevolezza e potere decisionale. Può liberarci da questa censura solo il “giornalismo lento”, inteso come il giornalismo che considera l’informazione un bene pubblico, un servizio alle persone (ai lettori, agli abbonati), che fa del prodotto giornalistico un contenuto relazionale, che si preoccupa della verifica delle fonti, che fa scelta accurata e ragionata di ciò che va pubblicato, che fa dell’approfondimento la sua politica e non rinuncia quindi a richiedere più attenzione e qualche impegno ai lettori, che è laico nel senso che non ha pregiudizi di sorta, che è sempre identificabile e si assume la responsabilità di ciò che scrive. È il giornalismo che solo i veri e formati giornalisti possono e sanno praticare. Per questo il mestiere del giornalista, cui non si perdona mai l’errore, in un mondo in cui tutti si inventano irresponsabilmente giornalisti, diventa sempre più impegnativo e tremendo.

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