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19.09.2019 - 06:300

Quando il capo è arrogante e non sa comunicare

Si promuovono spesso manager autoritari e analfabeti emotivi, ma sempre più si analizza l'impatto del leader sulla vita dell'organizzazione

Carichi eccessivi, ritmi pressanti, conflitti, capi autoritari e analfabeti emotivi, ruoli non chiari, organizzazione disfunzionale, tanta incertezza sul futuro dovuta anche alla digitalizzazione che, nel bene e nel male, sta sostituendo attività e pone grandi sfide... ingredienti esplosivi che alla lunga mandano in tilt. Quando l’ansia inizia a farsi sentire, si dorme male e sempre meno, si è più stanchi e spossati. Dal sonnifero si passa facilmente all’antidepressivo. L’umore resta basso e viene il panico al solo pensiero di andare in ufficio.

Se un tempo questa ‘via crucis’ la percorreva soprattutto chi perdeva il lavoro o rischiava di restarne senza, oggi in Ticino si ammala chi un posto ce l’ha, chi brilla per efficienza e non ha mai avuto problemi di salute. Questo ci dicono preoccupati gli esperti del settore, che curano centinaia di persone l’anno in Ticino (come spieghiamo a pagina 2) per gravi disagi sul posto di lavoro.

Tra chi getta la spugna profili di lavoratori modello, quelli che ogni capo sogna, versatili, disponibili giorno e notte, supermotivati, che tendono a investire tutto o quasi sul lavoro, trascurando sé stessi, la famiglia e i rapporti sociali. Poi all’improvviso, il crollo, stritolati da un sistema spesso ‘usa e getta’, basato soprattutto sul profitto, che promuove e premia capi e capetti autoritari, che brillano per protagonismo (rispetto all’umiltà), estroversione (rispetto alla sobrietà), azzardo (invece che saggezza). Manager che impongono una chiara direzione, ma sono a digiuno di spirito di gruppo e coesione collettiva. Analfabeti emotivi che non sanno comunicare, poco empatici e poco partecipativi. Eppure piacciono come manager perché considerati forti e carismatici. Tratti di leadership inadeguati (ma premiati) che dovrebbero accendere semafori rossi perché predittivi di potenziali fallimenti. Un tema approfondito da Tomas Chamorro-Premuzic, professore di psicologia all’University College di Londra e alla Columbia di New York, che propone una diversa logica di analisi rispetto al passato: misurazioni concrete di che cosa sia il talento, la leadership e il loro impatto sulla vita dell’organizzazione.

Anche perché le sfide sono tante. Flessibilità è la nuova parola d’ordine, tra automatizzazione e lavori sempre più a singhiozzo e su chiamata, che non permettono di pianificare il proprio futuro. Una rivoluzione per tutti: aziende e lavoratori.

La Segreteria di Stato dell’economia (Seco) ha suonato l’allarme richiamando l’attenzione sui rischi psicosociali sul lavoro. La fattura dello stress è salata: 4,2 miliardi di franchi l’anno. Non si parla più solo di dumping salariale, ora c’è un più sommerso e costoso dumping sociale.
Al Sud delle Alpi, secondo l’ultimo studio nazionale sulla salute, è più difficile conciliare lavoro e famiglia. La paura di perderlo è doppia rispetto ai cugini tedeschi.

Crescenti e costosi malesseri che preoccupano anche le autorità a tal punto che l’Ispettorato del lavoro sarà potenziato con una figura professionale esperta in psicopatologia del lavoro. Si farà più sensibilizzazione (forse anche consulenza) nelle aziende sui rischi psicosociali, per prevenire costose situazioni di burnout, che sono un danno per l’intera società. Una buona cultura aziendale permette di non perdere le risorse migliori. C’è chi l’ha capito dimostrando una buona responsabilità sociale e chi fa più fatica. Se la sensibilizzazione non basta, l’Ispettorato del lavoro ha però le armi spuntate, non può multare, solo segnalare l’azienda alla Procura. Qui ci vorrebbe più coraggio.

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