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Ultimo aggiornamento: 19.09.2019 18:53
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14.08.2019 - 06:000

Non una, bensì due porte in faccia

Quando le forze dell'ordine (per non dare false speranze forse o per mancanza di impegno nel proprio dovere professionale?) disincentivano la denuncia

A volte capita che alcune persone si rivolgano al giornale per cercare giustizia. Per il desiderio di dare voce a parole che secondo loro rimangono inascoltate da parte delle autorità, come le forze di polizia. Avvisiamo sempre che no, un articolo non fa miracoli e non le toglie magicamente da una situazione sgradevole. È ovviamente buona cosa rivolgersi prima a chi di dovere, o meglio, a chi ha il dovere di ascoltare e agire. Lo abbiamo detto anche a Maria Manolache, che ci ha raccontato l’esperienza vissuta giovedì scorso in tarda serata, quando è salita su un treno regionale alla stazione di Castione-Arbedo imbattendosi in una trentina di ragazzi e ragazze provenienti dalla partita Hc Lugano-Ticino Rockets (vedi articolo sull’edizione di sabato 10 agosto). Su di lei, che ha la pelle scura a causa delle sue origini in parte indiane, sono volati insulti razzisti e, anche se si è presentata dinanzi a noi con i segni sul volto lasciati da una porta del convoglio sbattutale addosso – spiega – da uno dei giovani, a causarle più dolore è stata la mancanza di rispetto dimostrata da chi con tono che non è opportuno riportare sul giornale l’ha invitata ad andarsene dal Ticino (dove abita da 12 anni). Lei ha deciso di opporsi a questi modi mettendoci la faccia con tanto di nome e cognome, per ribellarsi con determinazione a chi non la ritiene degna di vivere qui.

La stessa faccia che si è scontrata con un’altra porta, questa volta solo figurata. Quella sera Maria ha chiesto aiuto alle forze dell’ordine e alla stazione di Bellinzona è arrivata una pattuglia della Polizia cantonale. Sul posto gli agenti hanno verbalizzato l’episodio della porta e chiesto i documenti alla donna e al presunto autore del gesto. Gli insulti razzisti e l’identità di chi li ha pronunciati non ci risulta siano nemmeno stati presi in considerazione. Perché? Quando poi, l’indomani, Maria si è recata in gendarmeria per sporgere denuncia, non solo contro chi le ha sbarrato la strada colpendola con la porta ma anche contro chi l’ha ferita dentro, ecco l’amara sorpresa. Prima le è stato rinfacciato il fatto che si fosse allontanata invece di attendere l’arrivo della polizia, cosa che lei nega. Poi le è stato detto che le speranze di riuscire a ottenere giustizia erano pressoché vane. Una sorta di disincentivo alla denuncia di cui si fatica a comprendere il motivo: per non darle false speranze oppure per mancanza di impegno nel proprio dovere da parte di alcuni agenti di polizia?

La stessa polizia che un anno fa, di fronte alla richiesta di chi scrive di poter segnalare un anziano ciclista con il (presunto) vizio di allungare le mani su donne in bicicletta avvicinate nella pista ciclabile sul piano di Magadino, ha risposto che di fatto non era successo niente e che non sarebbe servito a nulla. «Non potete prenderne nota, nel caso in cui dovesse capitare a qualcun’altra, come potrebbe già essere successo?». Nessuna penna né tastiera si è mossa. Solo le mie, con la speranza di non lasciare inascoltate le parole di Maria e di non banalizzare mai la paura che si possa provare trovandosi di fronte a chi – forse a causa dell’alcol o fomentato dall’esaltazione del gruppo – batte i pugni per sentirsi più forte.

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