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19.07.2019 - 06:300

Ma la ripresa economica è un’altra cosa

Oltre un decennio di politiche monetarie espansive nei Paesi occidentali non hanno generato un sostanziale aumento dei redditi e dell’occupazione

È inutile girarci intorno. Non si è ancora usciti dalle conseguenze della crisi finanziaria del 2008. Nonostante un decennio di tassi d’interesse prossimi allo zero o addirittura negativi praticati dalle principali banche centrali, tra cui la Banca nazionale svizzera, le condizioni macroeconomiche per molte aree del mondo – con le dovute eccezioni – non sono tornate ai livelli pre-crisi. L’espansione dell’offerta di moneta non ha portato alle aspettative attese di aumento del reddito e sostanziale diminuzione della disoccupazione. O meglio, di crescita dell’occupazione. I salari sono stagnanti in gran parte delle economie occidentali e l’inflazione, a livelli moderati sintomo di una vivacità economica, è praticamente scomparsa dai radar e nonostante massicce iniezioni di liquidità (i famosi Quantitative easing, siano essi all’americana o all’europea) non ha sortito effetti. Addirittura negli Stati Uniti, che crescono a livelli che l’Unione europea si sogna, la Federal Reserve sta per fare marcia indietro sul calendario degli aumenti dei tassi d’interesse: un segnale che le cose non stanno così bene come sembra. Il prossimo 31 luglio, infatti, è prevista una riunione della Fed e tutto lascia presagire che Jerome Powell, pressato da un esuberante e ingombrante Donald Trump con buona pace dell’indipendenza della banca centrale, annuncerà una diminuzione di un quarto di punto del tasso d’interesse sul dollaro.

Per tornare da questa parte dell’Atlantico, l’iniziativa di alleggerimento quantitativo (stampa di moneta) degli ultimi anni della Banca centrale europea, basata sull’acquisto di titoli del debito pubblico e privato sul mercato secondario (e qui sta la differenza con i Quantitative easing di Fed e Banca d’Inghilterra che invece hanno acquistato bond di prima emissione) è stata monca, non essendo stata accompagnata da una politica fiscale altrettanto espansiva da parte dei governi nazionali.

La domanda aggregata non è stata quindi stimolata in modo adeguato. I primi beneficiari dell’aumento della quantità di moneta sono stati i mercati finanziari e le banche, che ad ogni rinvio della normalizzazione dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali hanno festeggiato con aumenti dei valori di Borsa. Ora, i beneficiari primi di questi rialzi non sono stati certamente coloro che vivono di solo salario e che sono la maggior parte dei consumatori delle economie mature. Anzi, le politiche delle banche centrali, soprattutto della Bce (non cambierà con l’arrivo di Christine Lagarde), così concentrate sul tentativo vano di stimolare il credito per imprese e famiglie, hanno di fatto incrementato – approfondendole – le disuguaglianze tra ceti abbienti e classe medio-bassa. In pratica chi era ricco e aveva patrimoni investiti è diventato nell’ultimo decennio ancora più ricco, mentre tutti gli altri sono arretrati o – nella migliore delle ipotesi – hanno marciato sul posto. Un fenomeno acuito anche dal processo di globalizzazione economica e dal cambiamento di paradigma tecnologico in atto: si produce sempre di più e con meno forza lavoro retribuita con salari più bassi del necessario. Si può tranquillamente affermare che è la natura stessa della nuova economia a essere deflazionistica.

In queste condizioni i Paesi dell’eurozona ad alto debito e bassa crescita, ingabbiati in regole di bilancio asfissianti, difficilmente riusciranno a invertire la rotta. E poi ci si sorprende perché i cittadini si affidano a forze politiche definite sbrigativamente sovraniste e populiste.

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