Commento
28.06.2019 - 06:000

La banalità del mare

Non è il caso di scomodare Antigone per ragionare sul conflitto tra il primato della legge e le ragioni dell’umanità, la pietas

Non è il caso di scomodare Antigone, osservando il caso Sea Watch, per ragionare sul conflitto tra il primato della legge e le ragioni dell’umanità, la pietas. Non occorre farlo perché delle due figure che potrebbero oggi impersonare i poli in opposizione, Carola Rackete e Matteo Salvini, il secondo è del tutto inadeguato.

Se nel male non occorre grandezza (nonostante la mitologia cresciuta attorno ai grandi criminali della storia), figuriamoci per la pusillanimità: per la quale bastano un po’ di pelo sullo stomaco o un paio di quelle cose che Salvini si vanta di avere, accusando la sua antagonista di rompergliele.

Non è neppure il caso di fare della giovane comandante della Sea Watch 3 un’eroina. Non ne ha bisogno: “Ci era arrivata da sola” a decidere che cos’era il giusto, prima che media e politica si occupassero di lei, e che il suo coraggio ci riscaldasse il cuore. Ma almeno constatare un’evidenza: tra questa giovane capitana e Salvini, è lei a rischiare di persona (fino a quindici anni di prigione per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina) per una causa in cui crede. Lui rischia tutt’al più qualche like nella cloaca maxima dei social.

E il punto è infatti questo, questa la discriminante tra grandezza e protervia. La prima sa che la legge va rispettata, ma non ne fa un idolo; la seconda ne fa una clava. Naturalmente non si può chiedere a un ministro di violare la legge o di acconsentire a farlo. Ma nelle mani di Salvini (eletto, ripetiamolo, in una circoscrizione dove è la ’ndrangheta ad amministrare i voti; fotografato in chiara confidenza con un pregiudicato per traffico di stupefacenti; figlio politico di proclamatori di indipendenze padane; a sua volta clandestino a Bruxelles, dove ha ricevuto per anni un lauto stipendio da europarlamentare senza fare un accidente), nelle mani di Salvini, dicevamo, questo argomento è una foglia di fico appena adatta a coprire bassezze politiche e umane enormi. Perché a partire dalla infame Bossi-Fini, che trasformava in reato il tentativo di immigrazione, è stato chiaro che le leggi in materia non sono mai servite a tutelare le persone e il diritto, ma a fornire copertura a politiche di esclusione coerenti con l’ideologia dominante. Ultimo il cosiddetto “decreto sicurezza bis” del loro degno epigono Salvini, che criminalizza il soccorso ai migranti in mare.

Dunque la legge. Senza esagerare con i paragoni, andrà pure ricordato che in conformità con le leggi dell’epoca e del luogo si sono consumati nel Novecento crimini senza eguali, trasformando obbedienti cittadini in complici dei carnefici. C’è naturalmente una scala di violenza delle leggi e di gravità dell’ossequio o delle loro violazioni, e delle conseguenze che ne derivano. Resta che quando le leggi – o meglio: i detentori della forza che ne discende – sono ingiuste, violarle è un gesto morale.

Ma per spostarci dalle prediche alla più prosaica materia, bisogna dire infine che il gran chiasso montato da Salvini è ancora una volta un’azione diversiva per distrarre dal fatto che dall’inizio dell’anno – dati del suo ministero – i migranti giunti in Italia via mare sono stati 2’511, poco meno della metà dei quali con mezzi propri, senza cioè essere soccorsi. Poi, certo, il ministero non dà il numero dei morti, ma sono 343 sulle rotte tra Nord Africa e Italia. Uno ogni sette, otto.

E un’ultima cosa: tra i migranti soccorsi in mare solo 185 sono stati raccolti dalle navi delle ong, quelle su cui si concentra il livore di Salvini per venire illuminato di luce riflessa. I muscoli che esibisce devono contenere molta aria. 

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