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15.06.2019 - 06:200

In Europa i nazionalisti conteranno poco o nulla

Un’internazionale nazionalista è un paradosso. E comincia a vedersi, fra divisioni e isolamento

Puntava a diventare il primo gruppo del Parlamento europeo, sarà il quinto. Quindi non conterà praticamente nulla. Questo il destino dell’alleanza fra i nazionalisti europei, col suo nome dall’inconfondibile eco weimariana – ‘Identità e Democrazia’ –, che se non altro evoca bene gli avanzi di Bierstube che la compongono (sia detto con tutto il dovuto rispetto per le birrerie). Riunirà fra gli altri l’ultradestra di Alternative für Deutschland, i pétainisti di Marine Le Pen, gli austrofascisti della Fpö , i fiamminghi di Vlaams Belang e i Veri Finlandesi. E poi naturalmente ci sarà la Lega di Matteo Salvini, l’unico partito di questa compagine che a casa sua ha una maggioranza relativa. Alla comitiva toccheranno 73 seggi contro i 74 dei Verdi, i 106 dei Liberali, i 153 dei Socialisti e i 179 dei Popolari.

I motivi della disfatta sono molteplici. Prima di tutto, altri partiti nazionalisti hanno preferito andare altrove: Fidesz, partito-Stato della postdemocrazia ungherese, cercherà di rimanere fra i Popolari nonostante sospensioni e sanzioni (non fa onore ai Popolari, che dovrebbero cacciarli dopo i mille oltraggi alla democrazia costituzionale). Gli altrettanto virulenti polacchi di Diritto e Giustizia resteranno in un altro gruppo, Ecr. I Brexiteer di Nigel Farage non si sa bene dove andranno, e soprattutto quanto resteranno.
Anche al suo interno, le divisioni di Identità e Democrazia sono forti. Intanto sul bilancio europeo: italiani e francesi pensano che ci si debba poter indebitare di più, molto di più; tedeschi e austriaci sono invece a favore di regole ancora più restrittive, per evitare che i ‘latini’ continuino coi loro presunti sprechi. Poi c’è la questione russa: fra finanziamenti e sostegno indiretto partiti come Lega, AfD e Rassemblement National devono molto alla Russia; per non parlare della Fpö austriaca, finita da poco in uno scandalo legato allo scambio di soldi e favori con un oligarca putiniano. Invece i danesi e soprattutto i finlandesi, che hanno sempre avuto l’orso russo a due passi da casa – e a volte dentro – sono molto più diffidenti nei confronti di Mosca; una delle ragioni per le quali le maggioranze polacca e ungherese si sono appunto chiamate fuori dal sodalizio.

Più in generale, l’handicap dell’alleanza è dovuto alla sua natura paradossale: un’internazionale nazionalista è destinata a inciampare sui lacci delle sue stesse contraddizioni; e a rendere marginali in Europa anche quei Paesi nei quali il nazionalismo la fa da padrone, come l’Italia leghista. Dunque non potranno essere gli euroscettici a mantenere la promessa di “cambiare l’Europa dall’interno”: al di là di tutti i limiti degli ‘eurocrati’ e dell’austerity di rito tedesco, una riforma sarà possibile solo per chi accetta di agire nel solco della cooperazione e dell’interdipendenza fra singoli Paesi; la stessa che ha portato sessant’anni di pace e sviluppo. Il risultato politico dei nazionalisti, invece, è un pendolo che oscilla fra l’irrilevanza e la balcanizzazione. Una lezione importante anche per gli omologhi svizzeri, che pensano basti gonfiarsi come rane per fare la voce grossa. E credono pure che qualcuno li ascolti.

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