Commento
30.04.2019 - 06:040

La Cina di Maurer e quella vera!

La Cina di oggi, ancor più di quella di ieri, non permette sgarri al regime. E noi che facciamo? Spalanchiamo porte e finestre!

La Cina è sempre più vicina. Anzi, dopo la firma del memorandum fra il presidente Ueli Maurer e il presidente cinese Xi Jinping, è vicinissima. L‘intesa, incentrata sulla finanza e sull’economia nel contesto dell’iniziativa cinese della ‘Via della seta’, vuol sviluppare la cooperazione fra i due Paesi: la Cina (ci metterà l’hardware: soldi e potenza industriale), la Svizzera (il software, cioè le competenze per utilizzare al meglio soldi e potenza industriale in materia di commercio, investimenti e finanziamento di progetti in Paesi terzi situati lungo le vie della seta). Una situazione win-win? Non proprio.

La minuscola Svizzera si imbarca infatti in un’impresa col colosso cinese, proprio mentre in Europa l’edificio Ue ondeggia sotto le spinte di sovranismi e nazionalismi (con l’eccezione del voto spagnolo, che ha premiato la sinistra e tenuto a bada gli estremisti di Vox). Ma solo le elezioni europee di maggio ci diranno quale aria soffierà per finire su Bruxelles.

Intanto però Berna si muove con molta (troppa) disinvoltura col gigante giallo, motivato da appetiti di espansione in chiave geopolitica. Non c’è che dire: appare perlomeno strano che a siglare per noi il memorandum sia un ministro Udc, partito il cui verbo politico sostiene la chiusura all’Europa (e verso la Cina?) e la difesa dei nostri prodotti (e quando verremo invasi dal made in China a un decimo del prezzo?), sventolando ad ogni raduno bandiere rossocrociate (e se un domani aziende col nostro marchio finissero proprio in mani cinesi?). Per non parlare dell’ultimo capitolo, quello delle comunicazioni in rete (Huawei), attraverso le autostrade informatiche che potrebbero permettere di monitorare/spiare attraverso la tecnologia (di Pechino) le nostre abitudini. Quelle di noi nei panni di consumatori (potendo così agire sul mercato con anticipo rispetto ai cambiamenti), ma anche nei panni di cittadini pensanti. E qui, al solo accennare alla libertà di opinione/espressione che ci stanno a cuore, proviamo un brivido. Già, perché – anche se lo dimentichiamo – stiamo facendo affari con chi non rispetta le libertà democratiche che sono il perno dei valori e della cultura europei. ‘Vedranno e forse ci copieranno!’ dicono i vari Maurer e il fan club turbocinese, tutti convinti che saremo noi a contagiare il Paese verso la via della seta della democrazia. Se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere.

Domandiamoci infatti quanto la Cina di Xi Jinping (aperta economicamente) sia oggi diversa da quella di Jiang Zemin. Ricordate la visita ufficiale del presidente cinese nel 1999, quando poco mancò che finisse con la rottura delle relazioni diplomatiche, perché la nostra sicurezza non seppe evitare che l’illustre ospite fosse raggiunto dai fischi dei manifestanti tibetani saliti sui tetti degli immobili della Piazza federale? Episodio a cui si aggiunsero pure le parole pronunciate in un momento ufficiale dall’allora presidente della Confederazione Ruth Dreifuss, sulla salvaguardia dei diritti umani, che andarono di traverso a Zemin. Solo il magico intervento di Adolf Ogi, con un cristallo in dono, evitò che rientrasse anzitempo in patria. Acqua passata, dirà qualcuno. Vero.

Però, sabato, sulle colonne del ‘Tagi’ è l’ex corrispondente a Pechino a metterci in guardia: la Cina di oggi, ancor più di quella di ieri, non permette sgarri al regime: che la si giri come si vuole, resta una dittatura. Quella del Partito comunista, oltretutto nell’era digitale del possibile controllo totale.

E noi che facciamo? Spalanchiamo porte e finestre, facciamo allegramente affari, mentre il resto d’Europa (a parte l’Italia già seduta al banchetto) sta in guardia.

Se riflettessimo un tantino prima è pretendere troppo?

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