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04.04.2019 - 06:300

Plastiche NO grazie! Quattro mamme alla prova

Facciamo la spesa e ci riempiamo di plastica che dobbiamo pagare per smaltirla. Ecco cosa possiamo già iniziare a fare.

Hanno messo (molto opportunamente) il dito nella piaga le quattro mamme recatesi a fare la spesa in un supermercato del Bellinzonese, informandoci poi di quanto sia difficile, anzi praticamente impossibile, cavarsela senza doversi portare a casa un bel po’ di plastica. Plastica che immancabilmente finisce quasi subito nella pattumiera. A dire il vero, oggi ci si accorge più di prima di questo problema (malandazzo), perché smaltire la plastica costa. Anzi, ora ci costa due volte: quando compriamo il prodotto (avvolto una, due o tre volte, se è multipack), e poi quando dobbiamo smaltire gli involucri pagando per ogni sacco.

Nelle vesti di consumatori, cittadini (e pure abitanti di questo pianeta, per alzare un po’ lo sguardo oltre il sacco casalingo), è quindi necessario chinarci sulla questione. Ma – ecco la domanda – come uscirne? Anche se lo desideriamo tanto, come facciamo ad acquistare generi alimentari senza che siano stra-impacchet­tati?

A ben guardare, alcuni tentativi, anche da parte della vendita, sono stati fatti: alcuni sacchetti nel reparto verdura fresca sono stati rimpiazzati dagli elastici; i classici sacchetti di plastica possono essere sostituiti con altri sacchetti riciclabili e riutilizzabili in stoffa; al banco è possibile (non ovunque) ritirare formaggi e affettati portando dei propri contenitori. Ma siamo solo agli inizi di un cambiamento di marcia. Qui il ruolo del consumatore può essere dunque decisivo. La plastica c’è, perché è utile e conveniente, sia per chi vende che per chi acquista, per tener freschi e imballati taluni prodotti.

L’alternativa? Muoverci noi con contenitori come una volta. Ricordate? Quando il lattaio lasciava fuori dalla porta la bottiglia nuova piena di latte fresco e ritirava quella vuota? O quando si andava col secchio in latteria? C’è poi (come abbiamo riferito martedì nelle pagine di Bellinzona) chi suggerisce di andare a rifornirsi direttamente dai contadini, perché i prodotti sono più freschi e costano meno. Ma lo sappiamo benissimo che è così pratico trovare tutte le mercanzie andando nello stesso magazzino. Del resto lo hanno ben capito i supermercati, costruendo centri uno accanto all’altro e potendo così offrire al consumatore diverse alternative negli acquisti nel giro di poche centinaia di metri. E allora da dove partire? Perché partire si deve.

Ci vorrebbe una pressione, o un patto fra i consumatori e venditori. O forse, più semplicemente, potrebbe bastare una presa di coscienza (civica e ambientale) da parte di chi vende, di riuscire ad essere molto più simpatico e interessante (economicamente parlando), se ingolfa il meno possibile i sacchi dei rifiuti dei clienti con plastiche e affini. Anzi, la guerra dichiarata alla plastica e l’impegno eco-sociale di un’azienda potrebbero lucidare l’immagine di quel commercio che, rispettivamente la dichiara e se l’assume, mentre il concorrente tira dritto, affermando che ormai non si può fare niente.

Non da ultimo tocca a noi consumatori essere più accorti. Sabato scorso, in discarica, l’addetto comunale ha aperto il sacco che avevo appena portato e dopo aver dato una sbirciata mi ha indicato sulle confezioni del latte la scritta (nelle tre lingue nazionali) ‘riportare al luogo di vendita’. Non me ne ero mai accorto. E, come per il latte, ho poi scoperto a casa che c’era anche la medesima scritta/invito sulla confezione del liquido per lavare i piatti. Insomma, non si smette mai di imparare e di svoltare. Dài che ce la facciamo.

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