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30.01.2019 - 06:300
Aggiornamento : 07:48

Antonio Perugini: la Procura, il Maggiolino e il Monte Ceneri

Un magistrato che ha lasciato il segno, dal carattere forte e non incline ai compromessi!

Antonio Perugini termina domani il suo mandato in Procura lasciando il segno. Ha saputo fare il magistrato rispettando l’istituzione che ha incarnato, amministrando la giustizia inquirente in modo impeccabile per quasi trent’anni e mettendo anche la sua funzione a disposizione dell’opinione pubblica, allorquando è stato chiamato dai media a intervenire su fatti importanti di politica giudiziaria e non.

Ha saputo animare dibattiti nel Paese grazie alle sue non comuni doti di comunicatore, con idee chiare e nette da lanciare nell’arena. Idee non per questo sempre condivisibili (ci mancherebbe altro), ma che hanno permesso a lui e al Ministero pubblico che ha rappresentato anche in posizioni di responsabilità di marcare una linea.

Uomo di trincea e allo stesso tempo di provata solidità istituzionale, ha saputo non solo lavorare parecchio dietro le quinte per tanti anni (con doti di resistenza non comuni), soprattutto sui fronti della circolazione stradale e dei reati di polizia, ma anche aprendo nuovi filoni di indagini persino un po’ in solitaria non appena è stato possibile farlo. E quel ‘possibile’ significa, per chi lavora in Magistratura, potersi appoggiare su una base legale certa e qualche sentenza del Tribunale federale di conferma, che permettono di perseguire un determinato reato, oltre che poter ottenere gli uomini, le forze di Polizia giudiziaria per condurre determinate – non di rado logoranti – inchieste.

Perugini, tanto per fare un esempio, proprio in questo senso fu un apripista di sfondamento quando, una decina di anni fa, partì lancia in resta (dopo il cambio alla testa della Procura e una svolta nella politica giudiziaria) con le varie inchieste ‘Indoor’ contro i canapai, che stavano trasformando ogni negozietto annesso ad un distributore di benzina (soprattutto nel Mendrisiotto) in un luogo di vendita di ‘erba’. In quegli anni il Ticino stava facendo parecchio clamore al di fuori dei nostri confini quale meta del turismo del fine settimana per l’acquisto di marijuana ad alto contenuto di thc, oltre che quale patria di casinò e bordelli. In quel frangente Perugini non solo sudò le classiche sette camicie in Procura, ma si diede parecchio da fare anche per informare (qualcuno dice pure influenzare) la politica e l’opinione pubblica in merito.

Un uomo quindi senza difetti? Nossignori, a tutti è noto il suo carattere non incline ai compromessi, per certi aspetti un caratteraccio, che gli ha permesso però anche di difendere con le mani e coi denti la sede di Bellinzona del Ministero pubblico, ma che ha forse anche avuto un peso quando non è stato scelto (malgrado la designazione iniziale in solitaria della Procura) per la carica di procuratore generale del post Noseda.

Andando ora in pensione – segno dei tempi? – pure la sede di Bellinzona del Ministero pubblico traslocherà dal vecchio palazzo di giustizia – già sede storica della Polizia cantonale e delle carceri pretoriali – ad una nuova sede poco distante. Come se, con lui, anche i vecchi uffici volessero prendere congedo dalla Procura. Pare che ora non attenda altro che di dedicarsi alle sue passioni, che immaginiamo siano nell’ordine: i sette nipoti (figli e moglie compresi ovviamente), il vino (sulle cui bottiglie spicca l’originale etichetta dell’artista Baccaglio) e i motori. Primo in ordine di tempo il vecchio Maggiolino da restaurare, che utilizzava oltre vent’anni fa, ma il cui motore faticava già allora a salire il Ceneri. Già, quel Ceneri che ha sempre fatto una certa fatica a varcare pure lui.

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