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15.01.2019 - 06:300

Battisti, la propaganda e la giustizia

Ognuno ha il bandito che si merita.

Ognuno ha il bandito che si merita. L’arresto di Cesare Battisti richiederebbe, per cominciare, altre parole, ma in un’epoca in cui sono le immagini a costituire la realtà, quasi sostituendosi ai fatti, quella di un Matteo Salvini in maschera da poliziotto che annuncia, posando con la preda dell’altrui caccia: “Marcirà in galera”, è il sigillo grottesco di una vicenda altrimenti tragica. È che se uno la statura non ce l’ha non può darsela.

Perché l’arresto e la consegna all’Italia dell’ex militante dei Proletari armati per il comunismo – condannato per quattro omicidi, due di propria mano – dovrebbero essere classificati come un atto di giustizia, ma da subito sono stati infettati dal virus della propaganda. Cioè il peggior servizio che si possa rendere alla veridicità storica.

E su questo elemento sarebbero più utili chiarezza e prudenza. La prudenza suggerisce di non affrettarsi a trarre dall’arresto di Battisti un’occasione per “gettare luce sugli anni di piombo”; perché, a parte i casi di più pervicace dietrologia o di ottusità ideologica, di quegli anni si sa praticamente tutto.

Che un manipolo (manipolo… centinaia di persone) di militanti abbia ritenuto di poter fare da innesco a una rivoluzione comunista in Italia può oggi apparire incredibile, ma solo se non si è conosciuto o studiato quali erano le condizioni politiche del Paese e la sua collocazione di frontiera in un emisfero settentrionale rigidamente diviso in sfere d’influenza. L’accecamento ideologico dei vertici delle organizzazioni armate, una propensione sanguinaria innegabile, insieme a un’opacità comportamentale diffusa, che costituiva l’acqua in cui nuotavano i rivoluzionari di professione (in un’Italia, peraltro, dove l’eversione neofascista godeva di appoggi ai livelli più elevati dell’apparato statale), furono una componente innegabile, oggi acclarata e documentata. Ma bollare come terrorista, o “comunista”, intendendolo quale insulto, tutto ciò che agì in quel tragico fermento storico – come ha prontamente fatto Salvini – è un attestato della sua gravissima ignoranza e di altrettanta malafede: il ministro della Vendetta ignora forse che di qui a qualche giorno ricorreranno i quarant’anni dall’uccisione da parte delle Brigate Rosse di Guido Rossa, operaio e comunista.

Quanto alla chiarezza – e a dimostrazione del fatto che ognuno ha il bandito che si merita – bisogna aggiungere che Battisti fu condannato sulla base di affermazioni, in parte lacunose e contraddittorie, di un collaboratore di giustizia. Analoga sorte toccata ad Adriano Sofri, il quale (innocente, oltretutto) non scappò e la galera se la fece tutta.

Mentre l’impunità e la popolarità di cui godette in Francia Battisti in virtù della cosiddetta “dottrina Mitterrand” e grazie alla spiccata inclinazione gauchista a solidarizzare con lo scrittore di polar “perseguitato” da un’Italia assimilata a un Cile d’epoca Pinochet, mostrano bene i pregiudizi e lo scarto culturale ancora radicati in un’Europa che si pretendeva in via di unificazione.

Battisti, in conclusione, fuorilegge di modesta caratura, ideologizzato in carcere e passato alle organizzazioni armate portandovi il proprio contributo di violenza, sarebbe stato una figura marginale (ciò che non ne diminuisce le responsabilità) di quella storia. L’atteggiarsi a martire (spintovi anche da una sinistra estrema in astinenza da eroi) ne ha fatto un simbolo di gran lunga superiore alla consistenza reale della sua vicenda. Un simbolo tristemente calibrato sulle smanie di grandezza di chi lo esibisce ora come trofeo.

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